OMELIA 19a Domenica Tempo Ordinario. Anno B

«Elia s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. 5Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: “Àlzati, mangia!”. 6Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. 7Tornò per la seconda volta l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: “Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. 8Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb» (1Re 19, 4-8)

 

Nella prima lettura di oggi, ci viene presentato il più grande dei profeti, Elia, che schiacciato dal pesantore della vita, non potendone più, desidera solo di poter morire: «Ora basta Signore! Prendi la mia vita…» (v. 4).

Ed è molto bello il seguito di questo brano, dove fa la sua comparsa un angelo, che lo invita semplicemente a mangiare, e a riprendere il cammino della vita.  

Quanti ‘Elia’ nel nostro mondo, quante donne e uomini stanchi di andare avanti, desiderosi di non vedere più il sorgere di un nuovo sole, perché questo porterebbe con sé un peso insopportabile da reggere. Quante situazioni che prolungandosi nel tempo diventano insostenibili, di una pesantezza infinita, odiose. Una malattia terminale, una depressione senza uscita, storie di tradimenti e abbandoni, o scelte di vita non condivise e per questo giudicate e condannate.

Mi chiedo se accanto a queste persone fanno ancora oggi la loro comparsa degli angeli in grado di sostenere, di ascoltare e di aiutare a riprendere il cammino; ho l’impressione invece che i primi a giungere siano sempre illuminati comitati di bioetica, onnipresenti movimenti per la vita, preti e persone pie a ripetere l’annoso mantra che la vita è sacra, un dono irrevocabile e in quanto tale merita sempre di essere vissuta, dal concepimento al suo termine naturale. Che la vita è bella, senza essere in grado di mostrare però, il lieto fine.

 

Credo che oggi abbiamo un disperato bisogno di angeli; abbiamo urgenza di persone che non si perdano in facili moralismi, ma semplicemente dicano: io son qui, qualunque cosa accada. La prima comparsa dell’amore nella nostra vita è stata una voce e un volto che raggiungendoci nel nostro grido nella notte, ci ha sussurrato: sono qui con te, non aver paura.

Non abbiamo bisogno di maestri che ci insegnino a vivere, ma di cuori, che quando tutto intorno crolla, ci dicano: sono qui per te, non temere.

 

Gesù è stato l’angelo di Dio, che ha preso carne e sangue, perché noi siamo fatti di sangue e carne. Di un amore che pretendesse di starci accanto ma fosse puro spirito, non sapremmo che farcene. Il nostro Dio è carne, è viscere materne, mani che accarezzano, piedi che raggiungono, occhi che vedono e abbraccio che consola. È pianto con chi piange, sorriso con chi gioisce, croce di vita per i maledetti, paradiso per i perduti.

L’amore si è fatto accanto, e non ha mostrato il cibo perché potessimo nutrircene – come l’angelo con Elia – ma s’è fatto cibo, perché ne potessimo mangiare.

 

Gesù è l’angelo incarnato fattosi accanto a Giuda, l’uomo che a un certo punto ha sentito insopportabile la sua colpa, il suo male, il suo aver tradito l’Amore, sino al punto di decidere di annullarsi in un gesto disperato. E Gesù non l’ha rincorso fuori dalla porta del Cenacolo sciorinandogli alti discorsi sul senso della vita e della sua indisponibilità, ma un attimo prima, gli si è seduto accanto, l’ha chiamato amico, offrendogli il suo corpo appena trasformato in pane eucaristico, perché gli tenesse compagnia lungo il suo ultimo drammatico viaggio.

 

Diventare cristiani significa farsi capaci di essere angeli, ossia compagni di viaggio della storia delle persone che ci stanno accanto, e che fanno fatica a sopportare il difficile mestiere di vivere. Compagni di strada, e non maestri sempre pronti a dire cosa dover fare e non fare, a definire limiti arrogandosi il diritto di indicare ciò che è bene e ciò che è male. Nessuno è stato investito dell’autorità ad assurgere a guardiano del tempio.

Occorre stare accanto alle persone, sulle strade che hanno intrapreso, qualsiasi – ma proprio qualsiasi – esse siano, fossero anche quelle che portano all’inferno, perché amare gli altri nel loro presente non vuol dire giustificare il male che hanno compiuto, ma aiutare a rendere fecondo il loro futuro.

Allora saremo un po’ più simili a Dio, compiendo – attraverso azioni umane – gesti divini, ad imitazione di Gesù di Nazaret che ha compiuto, da Dio, solo gesti terribilmente umani.