Mt 3, 13-17
Giovanni il Battista e Gesù.
Due uomini vicinissimi nel tempo, nello spazio, perfino nell’acqua del Giordano. Eppure, lontanissimi. Lontani nel modo di guardare l’uomo, di pensare il destino, di immaginare Dio.
Giovanni è figlio di un immaginario apocalittico, duro, urgente. Le sue parole bruciano: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione. La scure è posta alla radice degli alberi» (Mt 3,7.10).
Per lui l’uomo è leggibile a partire dal peccato. È segnato, ferito, storto fin dall’origine. E tuttavia Giovanni crede che qualcosa si possa fare: atti giusti, opere degne, una vita raddrizzata potrebbero forse placare Dio, allontanare la falce, sospendere la sentenza di morte.
Gesù di Nazareth, stando ai vangeli, sembra muoversi in tutt’altra direzione. Non nega il male, ma non lo assume come chiave interpretativa dell’umano. L’uomo, per Gesù, non è sbagliato a prescindere. Il suo Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. E il Regno non è una promessa differita: è una possibilità da incarnare qui, ora, nella carne della storia.
Anche Gesù entra nell’acqua. Entra nella morte simbolica, anticipo di una discesa più radicale. Ma non come gesto espiatorio, né come atto penitenziale. Entra nell’acqua come scelta: scegliere la vita reale, quella feriale, imperfetta, concreta. Convinto che sia solo lì, e non altrove, che l’umano può lentamente ascendere. E lo fa attraverso una sola modalità: l’amore.
Nel suo cammino terreno non troviamo sacrifici offerti a Dio, né pratiche di purificazione, né itinerari di conversione per guadagnarsi il cielo. Troviamo invece corpi toccati, ferite accolte, fame condivisa. Nei testi non si racconta di un Battista che guarisca, che spezzi il pane, che si lasci ferire dal dolore dei poveri. Giovanni è concentrato su Dio, tutto proteso verso la propria salvezza. Ma dimentica un dettaglio decisivo: che “la via più breve verso Dio passa sempre per i fratelli” (Doroteo di Gaza).
Gesù, al contrario, restituisce la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la dignità ai corpi spezzati. Dona pane agli affamati, vita ai morti, vino – cioè gioia, abbondanza, festa – a una tavola di nozze. È solo incarnando uno stile altro, uno stile di vita buona, che il cielo si apre: «si aprirono per lui i cieli».
Il cosiddetto paradiso, allora, non è il premio riservato ai giusti. È una condizione dell’esistere, accessibile qui e ora, per chi si impegna a far spazio al bene. Non un domani da attendere, ma un presente da abitare. E subito appare lo Spirito: forza creatrice, generativa, la stessa che aleggiava sulle acque all’inizio, come racconta la Genesi. Dove c’è amore, qualcosa ricomincia. Avviene una vera e propria ri-creazione. Il passato non è più una condanna, e l’umano può finalmente compiersi.
Lasciamo allora Giovanni il Battista – e tutti i predicatori di tristezza – nel luogo che più gli appartiene, il deserto.
E immergiamoci nella vita.
Perché è lì, solo lì, che la creazione continua a nascere. Ogni volta, come se fosse la prima.
