Gv 10, 1-10
Gesù e il potere religioso si sono spesso trovati su rive opposte. Nell’uomo di Nazareth appare una resistenza radicale verso tutto ciò che trattiene l’essere umano sulla soglia della vita piena. Egli sembra intuire con lucidità che una delle forme più sottili del male consiste nel persuadere qualcuno di non essere degno, pronto, abbastanza puro per entrare nella gioia. Così nascono i custodi della soglia: figure che, servendosi della paura, convincono gli altri di essere fuori posto, in ritardo, inadatti all’amore.
La religione, quando smarrisce la sua sorgente, diventa facilmente questo: un sistema di accessi controllati. Promette la festa dell’esistenza, purché si rispettino condizioni, codici, formule, appartenenze. Trasforma il dono in premio, la grazia in salario, la felicità in ricompensa. Eppure la vita più vera non si lascia meritare. L’amore non si concede come stipendio morale. Nessun padre ama in proporzione alla performance dei figli. Per questo Gesù pronuncia parole durissime: «Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito» (Lc 11,52).
Il dramma non è soltanto restare fuori. Il dramma è impedire ad altri di entrare. È aver fatto della fede una barriera, della coscienza una dipendenza, della sete spirituale un territorio sorvegliato. Quando accade, il sacro viene sequestrato e il cuore umano si abitua a mendicare ciò che gli appartiene da sempre.
Ai professionisti del timore Gesù oppone la libertà del vivente: «Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mc 7,7). Vi è una devozione che resta esteriore, impeccabile e sterile. La conosciamo bene; è quella che muove le labbra, ma non apre l’anima. Quella che è capace di osservare le regole, ma non genera vita; in grado anche di custodire l’ordine, ma dimentica la fioritura.
Per questo non abbiamo bisogno di guardiani – preti e prelati – davanti alla porta della felicità, né di mediatori che ci separino da ciò che siamo chiamati a diventare. Nel luogo più intimo di noi stessi esiste un orientamento profondo, una sapienza originaria, una coscienza capace di riconoscere il sentiero quando vi cammina con sincerità. Là dove tutto tace, qualcosa in noi sa.
Gesù si presenta infatti come il pastore buono che «chiama le sue pecore ciascuna per nome e le conduce fuori». È un’immagine decisiva e bellissima: non conduce dentro un recinto più perfetto, conduce fuori. Fuori dagli spazi angusti, fuori dalle paure ereditate, fuori dai sistemi che soffocano, fuori dalle immagini di Dio costruite per controllare. L’amore chiama per nome, mai per categoria. Non vede masse anonime ma volti. E in ultima istanza, non cerca sudditi, ma genera esseri liberi.
Ogni guida spirituale, ogni educatore, ogni persona a cui venga affidata la fragilità altrui, porta una responsabilità immensa: accompagnare senza possedere, orientare senza dominare, indicare senza sostituirsi. Servire la libertà dell’altro, non nutrirsi della sua dipendenza. Quando lo sguardo si allontana da questa misura evangelica, si toglie aria all’anima e si consegna la fiducia alla paura.
La verità, invece, resta semplice e disarmante: oltre il timore si apre spesso la stanza che cercavamo da sempre. Perché in fondo è proprio così, tutto ciò che desideriamo davvero sta dall’altra parte della paura.
