OMELIA Pentecoste. Anno A

Gv 20, 19-23
Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno è Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12, 4ss).
È una delle intuizioni più luminose del cristianesimo delle origini: L’Amore non cancella le differenze, le genera.
Sta qui il fondamento di ciò che chiamiamo ‘unità’. Se vi è unità – in una comunità civile o ecclesiale che sia – dev’essere tutt’altra cosa dall’uniformità. Se c’è uguaglianza, identità, omogeneità non si sta affermando l’unità ma forse solo la dittatura del bene.
Il vangelo di oggi ci dice che laddove l’ego teme la diversità, lo Spirito la custodisce. Dove la mente irrigidita vuole ridurre tutto a una sola forma, una sola idea, una sola lingua, il soffio del Vivente continua a disseminare pluralità.
Forse il vero contrario dell’amore non è l’odio, ma l’incapacità di lasciar esistere ciò che non coincide con noi. Ogni volta che pretendiamo di rendere l’altro una replica di ciò che siamo, smettiamo di incontrarlo davvero, avendolo già trasformato in un’estensione del nostro io.
La Bibbia racconta questa ferita fin dalle sue prime pagine. Caino non riesce a riconoscere Abele come altro da sé. Non sopporta una differenza che non sa controllare, una libertà che gli sfugge. E così la relazione si spezza. Il male, prima ancora di diventare violenza, nasce spesso come incapacità di accogliere l’alterità.
Per questo lo Spirito, nella visione paolina, non produce omologazione ma comunione.
La comunione autentica non chiede di pensare allo stesso modo, di sentire allo stesso modo, di credere allo stesso modo. Chiede qualcosa di più difficile e più maturo: restare uniti senza annullarci.
Ogni essere umano porta un frammento di verità che nessun altro possiede nello stesso modo; per questo ogni incontro autentico allarga il mondo e ogni differenza accolta rende più vasta la coscienza.
Quando invece viviamo nella paura, le differenze diventano minacce. Ci irrigidiamo. Costruiamo identità chiuse, tribù emotive, appartenenze difensive. E lentamente smarriamo la capacità di ascoltare.
Ma l’amore maturo compie un altro movimento. Non invade, non assimila, non conquista, piuttosto lascia spazio.
Forse anche per questo il Vangelo è scritto in molte lingue interiori. Perché il divino non si lascia rinchiudere in una sola forma definitiva. Esiste sempre un’eccedenza nell’altro che non comprenderemo fino in fondo. Ed è proprio lì che può nascere il sacro.
Credo che diventare umani significhi imparare lentamente questa difficile arte spirituale: accogliere che l’altro possa essere diverso da me senza per questo essere contro di me. E forse, un giorno, arrivare perfino ad amare quella “lingua straniera” che l’altro rappresenta, scoprendo che proprio ciò che ci sembrava distante può aprire regioni nuove della nostra anima.