Mt 9, 36-10,8
Gesù alza lo sguardo e vede davanti a sé una «messe abbondante». Non vede semplicemente una moltitudine di persone. Vede donne e uomini feriti dalla vita, affaticati dal peso dell’esistenza, spesso smarriti, ma ancora segretamente abitati da una nostalgia incancellabile: il desiderio di una vita piena, riconciliata, compiuta.
E comprende che per questa messe non servono anzitutto funzionari del sacro, specialisti della religione o amministratori del divino. Quando parla di «operai», Gesù non pensa certamente a dei preti, ad una categoria clericale. Pensa piuttosto a un’umanità capace di compassione. A donne e uomini che abbiano il coraggio di stare accanto agli ultimi, ai feriti, agli esclusi, a tutti coloro che la storia continua a lasciare ai margini.
Del resto, come abbiamo più volte ricordato con il quarto Vangelo, «Dio nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18). Non perché Dio sia lontano, ma semplicemente perché non è un oggetto da osservare. Del Mistero non si possiede una visione: se ne può fare solo esperienza.
Nessuno ha mai visto i propri occhi. Eppure, grazie ad essi vediamo ogni cosa. Così è di Dio. Non possiamo porlo davanti a noi come qualcosa da contemplare, ma possiamo guardare il mondo attraverso il suo sguardo. Possiamo vivere della sua stessa vita.
Per questo il compito del credente non è tanto vedere Dio, quanto vivere da Dio.
Il Mistero chiede di essere incarnato, abitato più che detto e definito.
Ecco allora il senso delle parole di Gesù: guarite, risuscitate, sanate, donate. E questi non sono comandi religiosi, ma semplici indicazioni esistenziali. Non una dottrina da difendere, ma una vita da generare.
Per questo Gesù raduna attorno a sé una compagnia di dodici uomini… ahimé, tutti maschi. E a questo punto mi piace pensare che quel numero abbia soprattutto un valore simbolico. I dodici richiamano i patriarchi, le dodici tribù d’Israele, l’intera storia di un popolo. È come se Gesù stesse dicendo che una stagione si sta compiendo e che una nuova soglia sta per essere attraversata. Non tanto una cancellazione del passato, ma il suo fiorire in qualcosa di più ampio, universale, inclusivo, maschile e femminile.
E forse proprio qui emerge una domanda che non possiamo evitare: quanto ci siamo persi in duemila anni di una Chiesa prevalentemente maschile e patriarcale.
Quanto Vangelo è rimasto inespresso in tutto questo tempo?
Perché quando una comunità dimentica la reciprocità tra il maschile e il femminile, finisce quasi inevitabilmente per lasciarsi sedurre da altre logiche: il potere, il possesso, il successo. Questi sono i tre grandi veleni che da sempre minacciano ogni autentico cammino spirituale. Ogni volta che essi prevalgono, il volto dell’Amore si oscura.
L’invito di Gesù, invece, resta immutato: andare nel mondo con il suo stesso stile. Al potere, l’avere e il successo chiede di contrapporre il servizio, la condivisione, la testimonianza.
Forse è proprio questo, in fondo, il Vangelo: diventare luoghi in cui la vita possa respirare un po’ meglio. Essere uomini e donne attraverso cui il Mistero continui a toccare il mondo. Non per portare Dio agli altri, ma per rivelare che Dio è già all’opera in ogni ferita che cerca guarigione, in ogni cuore che cerca amore, in ogni essere umano che attende di diventare finalmente sé stesso.
