Omelia XXV domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Mt 20, 1-16
Il ‘padrone di casa’ esce ancora alle cinque del pomeriggio, quando ormai la giornata volge al termine e il tempo utile per lavorare sembra esaurito.
Perché uscire ancora? Che senso ha chiamare qualcuno a lavorare nella vigna quando resta appena un’ora di luce?
È proprio qui che la parabola comincia a dischiudere il suo segreto.
Il padrone esce per cercare coloro che nessuno ha chiamato. Quelli rimasti ai margini della piazza e della vita. «Nessuno ci ha presi a giornata» (v. 7), rispondono. Nessuno ci ha scelti. Nessuno ci ha ritenuti adatti, adeguati, idonei. Nessuno ha pensato che potessimo ancora servire a qualcosa.
Sono gli scartati, gli irregolari, i falliti. Quelli giunti tardi all’appuntamento con la vita. Donne e uomini persuasi di aver ormai perduto ogni possibilità di portare frutto.
Eppure, il padrone esce ancora e li chiama.
L’Amore non si rassegna ad avere figli «disoccupati»: esseri umani impossibilitati a fiorire, a compiersi, a conoscere il gusto di una vita finalmente feconda. Nessuno è inutile ai suoi occhi. Nessuno arriva tanto tardi da non poter ricominciare. Nessuna esistenza è così compromessa da non poter ancora generare bellezza.
A sera giunge il momento della paga. E tutti ricevono un denaro, il salario necessario per vivere un giorno.
Tutti la medesima moneta. Gli ultimi come i primi. Chi ha lavorato un’ora come chi ha sopportato il peso dell’intera giornata.
Ed è qui che nasce lo scandalo.
I primi si lamentano. Sono i «primi della classe», coloro che si considerano buoni, giusti, fedeli, irreprensibili. Hanno lavorato a lungo e ora attendono una ricompensa maggiore. «Pensavano che avrebbero ricevuto di più» (v. 10).
È la segreta speranza di ogni religione fondata sul merito: ricevere di più. Più amore, più riconoscimento, più salvezza. Avere un posto privilegiato presso Dio in virtù delle preghiere recitate, dei comandamenti osservati, dei servizi prestati.
Il loro problema non è aver ricevuto poco. Hanno ricevuto quanto era stato promesso. Il loro dolore nasce dal vedere che gli ultimi hanno ricevuto quanto loro.
L’invidia religiosa comincia qui: quando la felicità concessa all’altro viene percepita come un’ingiustizia nei nostri confronti.
«I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8).
Nel mondo di Dio non è questione di più o di meno, di merito o di colpa, di graduatorie morali e trattamenti privilegiati. L’amore non si divide in parti proporzionate alla nostra bravura. Non viene elargito come premio alla buona condotta. È la realtà originaria nella quale tutti siamo immersi.
Nei confronti di Dio non c’è merito che tenga.
Ciò che salva è prendere coscienza di essere una cosa sola con lui, uno con l’Uno. Scoprire che la Vita che ci attraversa è la medesima Vita che attraversa ogni essere. A quel punto cominciano a cadere l’io e il mio, il bisogno di prevalere, la pretesa di valere più degli altri.
Pensare l’amore di Dio come conseguenza della nostra statura morale significa ricadere nella logica commerciale della religione: io ti offro obbedienza, sacrifici e devozione; tu, in cambio, mi garantisci protezione, premio e salvezza. Un contratto. Un commercio del sacro. La parabola di oggi spezza questo mercato.
Ci ricorda che siamo tutti partecipi del Tutto, manifestazioni dell’unica Vita, impastati della medesima sostanza divina. Il nostro compito consiste nel prenderne consapevolezza e permettere a questa appartenenza originaria di trasformare il nostro modo di vivere.
«Dilige et quod vis fac». Ama e fa’ ciò che vuoi, dice Agostino.
Quando l’amore diventa la radice dell’esistenza, anche l’agire cambia. Non occorre più guadagnarsi il bene. Si diventa capaci di manifestarlo.
Il dramma della religione comincia quando qualcuno si convince di meritare l’amore di Dio più degli altri. Da questa convinzione nascono facilmente durezza, giudizio e intransigenza verso chi non ce la fa. E perfino il risentimento nei confronti di un Dio ritenuto troppo buono con i fragili, i trasgressori, i peccatori.
Come se la misericordia concessa agli altri potesse sottrarre qualcosa a noi.
Dio non ama perché siamo buoni, capaci o irreprensibili. Ci ama perché egli è l’Amore di cui tutto è impregnato.
Dio non ama. È l’amore e non potrebbe far altro.