Mt 25, 1-13
«State attenti a voi stessi» raccomanda Gesù ai suoi (Lc 17,3).
Può essere capitato a molti d’attraversare un’intera giornata senza averla veramente abitata. Le mani compiono gesti, la bocca pronuncia parole, qualcuno ci passa accanto, mentre dentro siamo altrove, intenti a difenderci, a prepararci una risposta, a cercare conferme della nostra importanza.
Insomma, la vita ci raggiunge, e trova occupato.
Forse una delle nostre povertà più profonde è proprio questa: essere vivi e rimanere assenti alla propria vita.
Per Simone Weil l’attenzione, portata al suo grado più alto, coincide addirittura con la preghiera.
Perché in fondo la preghiera è attendere che il reale possa rivelarsi, concedendogli il tempo di esistere prima di attribuirgli un significato. Sospendere, almeno per un istante, quel continuo ricondurre ogni cosa a noi: ciò che mi serve, ciò che mi minaccia, ciò che vorrei fosse diverso…
Nell’attenzione qualcosa dell’io si acquieta.
Il mondo acquista profondità appena smettiamo di occuparne il centro.
Anche l’invito di Gesù può aprirci a questa esperienza. Prestare attenzione a noi stessi significa accorgerci del luogo interiore da cui nascono i nostri gesti. Quale paura sta parlando attraverso le mie parole? Quale ferita pretende di avere ragione? Quanta parte dell’altro riesco a incontrare, attraverso ciò che di lui mi aspetto?
Occorre molta compassione per sostare davanti a queste domande. Anche il desiderio di migliorarsi può diventare una forma di accanimento. L’attenzione domanda di rimanere accanto a ciò che scopriamo, abbastanza a lungo perché possa essere compreso. Una paura riconosciuta comincia a perdere il potere di decidere tutto al posto nostro.
La parabola delle dieci vergini può essere ascoltata in questa luce. Dieci donne attendono lo sposo, ciascuna con una lampada. Tutte si assopiscono, tutte si addormentano. Anche chi ha custodito l’olio conosce la stanchezza. Il Vangelo lascia spazio alla nostra fragilità: la vigilanza può attraversare il sonno, purché qualcosa in noi abbia avuto cura della luce.
Quell’olio possiamo leggerlo come una disponibilità maturata nel tempo. La capacità di rispondere alla vita quando interrompe i nostri programmi, quando arriva tardi, quando ci chiama attraverso una presenza che avremmo preferito evitare.
Si comprende allora anche l’impossibilità di prestarlo. Alcune cose chiedono di diventare carne della nostra esistenza. Qualcuno può indicarci una via, accompagnarci, sostenerci; esserci resta un compito intimamente nostro. Nessuno può amare, ascoltare, vivere al posto nostro.
Custodire il fuoco interiore significherà dunque coltivare questa possibilità di presenza.
L’io tende a trasformare ciò che incontra in una parte della propria storia. Persino il dolore altrui può diventare l’occasione per sentirci necessari, capaci di aiutare, buoni. L’attenzione ci conduce su una soglia più esigente: restare accanto a qualcuno lasciandogli il diritto di essere come è, anche quando la sua sofferenza ci rende impotenti.
Ascoltare fino al punto in cui viene meno l’urgenza di rispondere. Lasciare che una persona esista oltre il nostro giudizio, oltre il ruolo che ha nella nostra vita. Accogliere ciò che di lei rimarrà sconosciuto.
Amare domanda anche questo silenzio: rinunciare a riempire l’altro di noi.
In Simone Weil, la preghiera giunge fin qui: alla capacità di accordare a un altro essere umano tutta la realtà che gli spetta. Il volto davanti a noi diventa un luogo in cui deporre la pretesa di sapere già. E il sacro comincia a farsi riconoscibile nella cura con cui gli permettiamo di esistere.
Per questo abbiamo bisogno di tempi di silenzio, di quiete, di non-azione. Tempi in cui lasciare riposare la volontà di intervenire su tutto. Sostare accanto a un albero senza chiedergli altro che la sua presenza. Ascoltare una voce senza preparare la nostra. Sentire il respiro e accorgerci che la vita continua a offrirsi, anche quando smettiamo di dirigerla.
Il silenzio ci espone a ciò che l’attività incessante tiene lontano: il nostro limite, la vulnerabilità, il bisogno di essere amati. Restando, possiamo scoprire che tutto questo trova posto. Possiamo appartenere alla vita anche senza dominarla.
«Questa attitudine di vigilanza è totalmente estranea all’ego che, in tal modo, scompare. L’ego è sempre attivo in superficie, la vigilanza invece è un non-agire, un incontro profondo con il silenzio dell’Essere» (A. Goettamann, citato in R. Arrobbio, Fratelli spirituali).
La lampada si alimenta anche così: attraverso il tempo dedicato a ricevere, la pazienza di uno sguardo, la disponibilità a lasciarsi toccare.
E forse la preghiera matura proprio quando qualcuno può sostare nella nostra attenzione senza dover meritare il proprio posto. Avvicinarsi con il suo buio, e trovare una luce che gli consenta di esserci.
