OMELIA 2a Domenica Quaresima. Anno C

«28Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. 35E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».36Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto». (Lc 9, 28b-36)

 

 

Episodio di trasfigurazione. Il verbo greco originario, parla di ‘metamorfosi’, trasformazione. Gesù, a metà della sua avventura terrena, ci lascia una fondamentale lezione sull’esistenza: tutto è trasformazione.

La legge della natura è trasformazione; ciò che esiste conosce un continuo morire e rinascere, o meglio, un morire per rinascere.

Ma quanto è difficile affidarsi a questa legge inscritta in ogni cosa e dunque in noi. Richiede una dose di fiducia immensa nella vita. La medesima che vive il seme nel scendere nell’oscurità della terra e morirci, per poter portare frutto; la stessa che vive il bruco nel morire a sé medesimo per potersi involare come farfalla.

Ogni istante è solo trasformazione. Nulla di ciò che esiste è permanente, tutto è ‘impermanente’, tutto è sotto l’egida del cambiamento, e quindi in promessa di compimento. Questo significa che tutto ciò che succede nella propria giornata è ‘adorabile’, in quanto ciò che succede è a favore del mio compimento, finanche ciò che pare essere ‘contro’ e ‘fallimentare’.

Il nostro compimento non sta nella ‘riuscita’, e nemmeno nella speranza che qualcosa possa ancora accadere, o raggiungerci dall’esterno, ma nel vivere in pienezza il momento presente. La salvezza non ci sta dinanzi, ma vive in profondità.

Questo attimo, questa giornata, questa mia vita è gravida di promessa eterna. L’essenziale sta perciò nell’aprirsi a ciò che è, a questa situazione particolare soprattutto se non ci è data di cambiare, per quanto segnata dal male e dalla sofferenza, e lì abbandonarsi, ‘mollare la presa’, fidarsi. Solo allora comincerà una vera trasformazione.

Morire e divenire, è la grande saggezza propria di tutte le tradizioni religiose. Morire al proprio piccolo io, per sperimentare il Dio che matura dentro il nostro vero sé, e poi dargli credito, lasciarlo agire e dilatare…

Il Vangelo di oggi ci riconcilia con i nostri fallimenti e i nostri naufragi esistenziali. Vivere il dolore e il fallimento, le nostre morti quotidiane, è premessa perché qualcosa di nuovo possa finalmente rinascere. Spesso è il medesimo veleno maligno che ci ha feriti a morte, a rivelarsi alla fine come il migliore antidoto per la guarigione e una vita trasformata.

La sapienza della vita, insegnataci da Gesù, sta proprio qui: riconoscere nel naufragio della propria vita, non la propria fine e sconfitta, ma opportunità di rinascita a vita nuova. Gesù è l’esempio eclatante dell’uomo fallito, che nella prova disarmante di un abbandono totale, ha esperito il cominciamento di una vita nuova e per sempre.

È vero, un parto è sempre doloroso, ma è doveroso viverlo fino alla fine, e poi ci si scorderà di ciò che si è passato: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16, 21).

Siamo tutti impegnati nel nostro venire continuamente alla luce di noi stessi.

Nessuno ama naufragare, si sa. Ma sappiamo anche che spesso questo si rivela come unica possibilità di approdare su terre sconosciute e poter ricominciare una vita nuova. Sperimentare che la propria vita va in frantumi, può rivelarsi una grazia, quando a sfasciarsi sono i sogni su cui abbiamo costruito la nostra vita, oppure i desideri e le attese che gli altri hanno riversato su di noi. La crisi è quindi rivelazione del nostro vero io, trasfigurazione appunto, di ciò che siamo veramente e non di ciò che gli altri desideravano per noi.

La croce, ha rappresentato la frantumazione nei discepoli dell’immagine che si erano creati su Cristo. Tutto dinanzi alla croce è crollato, anche la percezione di Gesù del Padre, sperimentando così una solitudine infinita. Ma tutto ciò si sarebbe da lì a poco rivelato come necessario, perché potesse ri-cominciare una vita trasformata e nuova.

Sulla croce Cristo ha ‘mollato la presa’. I chiodi gli hanno permesso di aprire la mano in un abbandono totale, per poi sentirsela prendere dall’Amore fedele ed essere così riportato a casa e questa volta per sempre.