OMELIA 5a Domenica di Quaresima. Anno B

«Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. 22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose loro: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. 24In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.27Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! 28Padre, glorifica il tuo nome”. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”.29La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”. 30Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. 33Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire». (Gv 12, 20-33)

 

«Vogliamo vedere Gesù…» (v. 21), è il desiderio inscritto nel cuore dell’uomo, da sempre. E Gesù risponde a questo desiderio parlando di glorificazione, di chicchi di grano che devono morire e della necessità di perdere la propria vita…

A chi vuol stare con Dio, a chi desidera abitare il suo cielo, Gesù suggerisce qualcosa che ha a che fare con la croce, la strada, la terra e il fango.

Dall’evento Cristo in poi, se si desidera la vita, il cielo dentro di sé, occorre farsi chicco di grano che muore sottoterra. Dopo l’incarnazione la vita sta nel morire, la visibilità nel nascondimento, il possedere nel donare, la fecondità nell’essere potati, il successo nel dare valore all’altro.

Certo, perché un seme, preso in sé, non è ancora nulla, o meglio, potrebbe essere tutto, cioè tutti gli arbusti, i fiori, gli alberi di questo mondo, potrebbe anche non essere nulla, solo un granello di sabbia. Solo morendo rivelerà se stesso. Questo è il mistero dell’amore: rivela pienamente se stesso solo andando fino alla fine (cfr. Gv 13, 1). La vita funziona così, è vita solo se donata, perché è stata ricevuta in dono; se trattenuta muore. Se trattieni il fiato non aggiungi vita a vita, ma la perdi perché muori soffocato.

 

Nel Vangelo di Giovanni, non viene raccontata l’agonia di Gesù nel Getsemani, come invece avviene nei sinottici. L’agonia di Gesù è sostituita dalle parole dei versetti 27-30.

Dinanzi al destino del seme che muore, Gesù si turba, come tutti dinanzi al prospettarsi di un dolore. Ed è importante che Gesù viva sino in fondo questo aspetto drammaticamente umano. Dio è lì a provare nella sua carne ciò che provo io, ciò che vivono tutti gli uomini e le donne che accettano sino in fondo le conseguenze dell’amore.

In questo momento di solitudine e angoscia, Gesù può solo pronunciare una parola: “Abbà”, papà… Al culmine dell’angoscia non c’è alcun appiglio, nessun appoggio, e nessun concetto, solo una parola: papà. C’è solo nuda fiducia, e crudo abbandono. Quello che non visse Adamo, e che per questo si abbandonò alla morte e alla disperazione.

Gesù qui è rappresentato come il nuovo Adamo: primo uomo a ristabilire la fiducia filiale col Padre come figlio: «Io vorrei non vivere questo momento ma mi fido di te; so che tu sei il Dio della vita, sei il mio papà e so che non permetterai mai che il mio volto possa vedere la corruzione [Sal 17 (16)]. Io non so come andrà a finire, ma so che l’amore è più forte della morte».

 

In Giovanni non è contemplato nemmeno il momento della trasfigurazione. Ma è raccontato lo squarciarsi del cielo di Dio, e il risuonare della voce del Padre: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò?» (v. 28).

Il nome del Padre è stato glorificato in Gesù di Nazareth. Quando? In tutta la sua vita, quando Gesù ha manifestato agli uomini  il vero nome di Dio, la sua vera immagine: amore compassionevole e misericordia che ama e perdona. Per questo ora il Padre glorifica il Figlio, facendogli superare la morte.

Laddove si glorifica il Padre, ovvero si vive da figli capaci di farsi fratelli si verificherà un fatto clamoroso: «il principe di questo mondo sarà gettato fuori» (v. 31). Il male arretra, sino ad essere vinto ed espulso da questo mondo, nella misura in cui si vive il bene. L’unico modo per sconfiggere il male è fare il bene; laddove vige ed impera la tenebra se vi si apporta luce, le tenebre si dissolvono.

È ciò che i sinottici affermano con altre parole; quando i discepoli tornano dalla loro attività apostolica, attraverso la quale hanno manifestato il vero volto di Dio che è solo amore, misericordia e perdono – e questo significa dar gloria a Dio – Gesù dice loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore» (Lc 10, 18).

Laddove si vive come figli del Padre, l’altro sarà riconosciuto come fratello e s’instaurerà nel mondo la pace, e al male sarà finalmente tolto il potere di nuocere.