OMELIA 6a Domenica di Pasqua. Anno A

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». (Gv 14, 15-21)

 

La separazione, quando riguarda persone tra cui non vi è alcun legame, si trasforma ben presto in oblio. Quando invece avviene tra amanti, fa in modo che il legame si rafforzi, e la lontananza diviene pretesto per pensarsi in modo più intenso ed essere ancora più uniti. Questo è il miracolo dell’amore: trasformare l’assenza in unione e la lontananza in prossimità.

I discepoli di Gesù han vissuto questo con il loro maestro. Quando egli non fu più fisicamente con loro a causa della sua morte, essi hanno cominciato a sentirlo in realtà più vivo e presente che mai nella carne e nel sangue, vivendo della sua parola e del suo esempio. Quando la morte ha toccato Gesù, i suoi hanno cominciato pian piano a fare esperienza della sua risurrezione, ossia a percepirlo come il ‘vivente’, a vivere nel quotidiano una presenza infinitamente più reale di quando egli era effettivamente presente.

 

La morte di Gesù, ha fatto in modo che noi potessimo vivere da risorti, ossia vivere in maniera eminentemente umana grazie al suo insegnamento. Il suo allontanarsi da noi fisicamente, ci ha permesso di vivere da illuminati e forti. È ciò che avviene tra genitori e figli. Gli anni vissuti insieme, devono servire a ridestare e far sbocciare le energie profonde e insospettate nei figli, in modo che questi possano cominciare a vivere della loro forza e potenzialità, senza dover riferirsi continuamente ai propri genitori. Tutto ciò che un figlio farà e penserà sarà squisitamente proprio, ma al contempo impastato degli anni trascorsi insieme ai propri genitori.

Ciò che Dio desidera da noi, è che noi viviamo ‘da soli’, ossia portando a compimento tutta la nostra potenzialità, la nostra energia interiore, con tutto ciò che di più caro sta nella nostra individualità. Ogni cosa infatti in natura nasce e si sviluppa partendo sempre dal centro, per cui  dovremmo imparare a diventare adulti da ciò che di più prezioso e grande ci portiamo dentro, senza il bisogno di riferirsi continuamente a modelli, norme e comandamenti esterni.

Gesù stesso è stato compagno di viaggio per i suoi per un periodo limitato di tempo; è stato un appoggio per il tempo necessario a diventare grandi, ma poi compie il distacco consapevole che dentro all’uomo è presente quel nucleo incandescente, lo Spirito, che si svilupperà, porterà a compimento l’umano, se solo gli si presterà attenzione e gli si permetterà di illuminare tutto l’essere.

 

Si racconta che quando il Gautama Buddha a Kusinagara  si coricò per morire, i suoi discepoli lo circondarono piangenti. Ma lui deve aver detto al suo discepolo prediletto Ananda: «Perché piangi e sei triste, Ananda? Non è stato questo il mio insegnamento, non è stata questa la mia parola: tutto quello che è stato formato è destinato a dissolversi di nuovo. Voi siete lampade a voi stessi. Sforzatevi ininterrottamente».