OMELIA Domenica delle Palme. Anno A

Is 50, 4-7
Fil 2, 6-11
Mt 26, 14-27, 66
Nel racconto della Passione, accade qualcosa di profondamente umano e disarmante: ciascuno si scopre capace di ciò che non avrebbe mai voluto compiere.
Pietro giura fedeltà al suo amico Gesù e, poco dopo, si smarrisce davanti allo sguardo di una serva. Giuda Iscariota consegna il suo Maestro e poi precipita nel peso insopportabile del rimorso. Ponzio Pilato intuisce l’innocenza di Gesù, ma tradisce la propria coscienza per calcolo e paura.
Ed è qui che emerge la domanda: quanto siamo davvero liberi? E quanto, invece, siamo attraversati da forze che ci superano, che ci spingono oltre le nostre stesse intenzioni?
«Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41) ebbe a dire Gesù.
Eppure, dentro questa trama di fragilità, si apre un varco inatteso. Sono le donne.
Nel racconto della passione, esse appaiono come le uniche in cui pensiero e azione coincidono. Non si scindono. Non si tradiscono. Rimangono. Custodiscono. Intuiscono.
Si fidano di ciò che vedono dentro, persino dei sogni. Come la moglie di Pilato, che osa dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi in sogno sono stata molto turbata per causa sua» (Mt 27,19).
Forse il femminile è proprio questo: l’ultimo luogo dove la vita non è ancora stata soffocata dal calcolo. L’ultimo spazio dove si crede ancora alla giustizia, alla compassione, all’amore.
E allora, più che imparare, dovremmo ricordare. Ricordare dentro di noi questo sentire materno, originario: la certezza che la vita va custodita, sempre, fino in fondo. Che nel duello tra morte e amore, non è la morte ad avere l’ultima parola.
Al massimo, potrà esserci un terremoto — come racconta il Vangelo — uno scuotimento profondo (Mt 27,51). Ma sarà proprio quello a spalancare i sepolcri. E la vita uscirà, come esce da un guscio, come germoglia da un seme sepolto.
Le donne lo sanno.
Sanno che non tutto nasce dall’azione. Che esiste una fecondità del lasciare spazio, del non forzare, del custodire. Sanno che la vita accade anche per via invisibile, per sottrazione, per silenzio. Come Maria, che ha dato alla luce la Luce senza possederla, senza trattenerla, semplicemente accogliendola.
E Maria Maddalena resta. Resta davanti al sepolcro quando tutto sembra finito. Resta perché conosce l’amore. E chi conosce l’amore sa attendere. Sa che ciò che è stato seminato non può andare perduto. Prima o poi dovrà germogliare.
Per questo insiste, veglia, spera contro ogni evidenza. Perché il femminile sa ciò che spesso dimentichiamo: che la vita non si lascia imprigionare.
Come scrive Eugen Drewermann: «Si può sigillare un sepolcro, si può persino metterci davanti una guardia, ma non si può impedire che la vita abbia inizio in coloro che l’hanno compresa».
E forse la vera fede comincia proprio qui: quando smettiamo di trattenere, e impariamo a fidarci della vita che, in silenzio, continua a nascere.