Gv 1, 29-34
Il Battista vede Gesù venire verso di lui e pronuncia parole pesanti, cariche di secoli:
«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Alle orecchie di un ebreo questa frase evocava capri espiatori, il sacrificio, l’idea di una colpa da rimuovere, di un male da scaricare su qualcuno. Un intero universo simbolico si metteva in moto.
E tuttavia, con Gesù, questa narrazione di fatto si interrompe. O meglio: avrebbe dovuto interrompersi. Gesù non ha mai letto la propria vita — tantomeno la sua morte — come un atto redentivo in senso sacrificale. Non si è mai pensato come l’“agnello di Dio”, né come un capro espiatorio incaricato di togliere il peccato da questo mondo. Non aveva alcuna coscienza di dover espiare colpe altrui, né di dover versare il proprio sangue per placare un dio assetato e irato. Questa lettura nascerà dopo, soprattutto con Paolo e con il Vangelo di Giovanni, e da lì verrà trasmessa fino a noi, impregnando profondamente la teologia cristiana e la liturgia di una visione espiatoria e sacrificale della salvezza. Una narrazione potente, certo, ma non originaria. Una rilettura posteriore, che ha finito per sovrapporsi alla vicenda storica e al messaggio concreto di Gesù di Nazareth.
Oggi dobbiamo avere il coraggio di fare un passo avanti, e dirlo con forza: il peccato non è innanzitutto una lista di infrazioni morali, né un debito da saldare con Dio. Questa è una caricatura tardiva. Il peccato è un fallimento dell’amore. È un amore che non raggiunge il suo scopo, che manca il bersaglio e per questo ferisce — prima di tutto chi lo vive. È un amore storto, impazzito, ripiegato su di sé. Un amore che consuma invece di generare.
Il vero peccato è l’incapacità di amare senza distruggere. E il mondo ne è pieno.
Quando il Vangelo parla di “salvezza”, allora, non sta promettendo un risarcimento ultraterreno, né un condono spirituale. Sta indicando una possibilità molto più concreta e molto più esigente: essere salvati dalla nostra incapacità di amare.
Gesù non viene a togliere il male come si rimuove un ostacolo. Viene a portarlo. A stare dentro il disastro delle nostre relazioni, dei nostri desideri, dei nostri egoismi. Il verbo usato non indica una cancellazione, ma un’assunzione. Qualcuno che prende su di sé il peso di un’umanità che non sa più amare senza ferire.
Questo è scandaloso, perché ci toglie ogni alibi religioso. Non possiamo più nasconderci dietro la colpa, né aspettare una salvezza che accada al posto nostro. La salvezza è imparare un altro modo di amare. E costa.
Il Battista dice che su Gesù rimane lo Spirito Santo. Non lo sfiora, non lo visita: rimane.
Lo Spirito è la forza della vita che insiste, che crea, che ricrea. È l’energia che attraversa la materia, che fa germogliare, che spinge in avanti l’esistenza. Gesù è l’uomo totalmente attraversato da questa forza. Non perché evade il mondo, ma perché lo attraversa senza chiudersi, senza indurirsi, senza smettere di amare.
Per questo è chiamato “Figlio di Dio”. Non perché possieda una natura diversa dalla nostra, ma perché vive pienamente ciò che Dio è: vita che genera vita. Chi ama così sta agendo da Dio. Chi cura, chi apre spazio all’altro, chi si dona perché l’altro possa diventare sé stesso, rende Dio presente qui e ora.
Gesù è il Figlio perché è l’uomo compiuto. L’uomo che non ha tradito la propria vocazione all’amore. È il sogno di Dio realizzato nella carne.
E allora il Vangelo non accarezza per tranquillizzare, ma toglie i veli. Non distribuisce assoluzioni facili, ci mette invece a nudo davanti a noi stessi. Ma soprattutto non indica scorciatoie rassicuranti perché alla fine ci invita a crescere, fino alla misura piena dell’umano. Se questa è la salvezza, allora smettiamola di chiedere a Dio di salvarci dal mondo. Si cominci invece ad amare da Dio, dentro il mondo. Si accetti di crescere, di perdere l’innocenza, di lasciare i meccanismi sterili dell’ego. Solo così — e non prima — diventeremo veramente umani. Solo così potremo dirci, senza retorica, figli e figlie di Dio.
