OMELIA II domenica di Pasqua. Anno A

Gv 20, 19-31

Gesù risorto si manifesta ai suoi nel ‘giorno Uno’, come dice il testo originario greco: il giorno che non appartiene più alla successione dei giorni, il varco oltre il tempo, la soglia di un’altra qualità dell’essere. Non è un momento tra gli altri. È l’inizio che non ha un prima, la nascita che accade sempre. Ora.
I discepoli li troviamo serrati dentro stanze e paure. Le porte sono sprangate, eppure Lui è lì, in mezzo. Sappiamo che porta sulle mani e il costato il segno delle ferite; è memoria viva di ciò che è stato, e proprio lì — dentro quella storia ferita— accade la trasfigurazione. L’amore non evita, non rimuove, non si difende: passa attraverso, e solo così trasforma (cfr. Gv 12,24).
Ora sta ‘in mezzo’. Interessante: non sopra. Non distante. Non separato. In mezzo: luogo dell’uguaglianza, dello scambio, della prossimità reale. Dove nessuno è inferiore, dove nessuno domina. Lo aveva detto: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). È questa la forma di Dio: una presenza che non schiaccia, non s’impone ma sostiene offrendosi.
In quel Cenacolo sono presenti coloro che l’hanno abbandonato, tradito e rinnegato. A questi non rivolge rimproveri. Non riapre il passato. Dona una sola parola: pace. E poi compie un gesto ancora più radicale: soffia. Dona il suo respiro. Non un’idea, non una dottrina, ma il soffio stesso della vita.
È il respiro delle origini, quello che, secondo il racconto antico, fu insufflato nell’umano perché diventasse vivente (cfr. Gen 2,7). Ora quel soffio non viene più dall’esterno: è già dentro. È la nostra sorgente nascosta, la trama profonda del nostro essere, ciò che siamo prima di ogni maschera. È il Sé che attende di essere riconosciuto.
Noi, spesso raccolti nei nostri sepolcri interiori, prigionieri di paure sottili e diffuse, continuiamo a dimenticarlo. Eppure, non c’è nulla da conquistare, nulla da aggiungere. C’è da accorgersi. C’è da ritornare. C’è solo da respirare.
Respirare fino a sentire che ciò che ci abita è vita stessa, che il fondamento non è vuoto ma presenza. Respirare fino a dimorare lì, dove tutto è già dato.
Allora le parole finali acquistano un altro spessore: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati…» (Gv 20,23). Non si tratta di un privilegio riservato ai preti, tanto meno di un potere d’amministrare da parte di una Chiesa. È una responsabilità che nasce dall’esperienza, ad appannaggio di tutti. Chi ha toccato la vita, la trasmette; chi ha riconosciuto la luce ora la irradia.
Perdonare diventa dunque lasciar passare la vita, non trattenerla più. Aprire varchi, spazi prima impensabili e non chiudere i conti. Restituire respiro dove si è fatto corto.
E gli altri? Restano liberi. Sempre. Perché la luce non costringe, non invade, al massimo si offre. Tutto è già qui. Tutto è già dato. Accade ora.
E ora, respira!