Mt 5, 1-12a
La felicità – intesa come pienezza di vita – accade a chi impara a mollare la presa.
Il vuoto che si crea dentro non è mancanza, ma spazio ospitale: è la via segreta della pienezza. Lasciare andare, staccarsi, allentare il controllo è ciò che rende possibile l’essere raggiunti. Felici coloro che non affidano la propria gioia a qualcosa di esterno, perché la felicità non si conquista: è sempre un effetto collaterale. Arriva quando smetti di inseguirla. Quando l’io e il mio si fanno silenzio, scopri che felice lo eri da sempre.
Beati coloro che imparano a fare lutto nella propria vita.
A piangere le persone perdute, le occasioni mancate, ciò che non si è potuto vivere – per colpa propria o altrui. A piangere il dolore subito e, con maggiore fatica, quello inflitto. Piangere è dare un corpo alla tristezza, permettere all’anima di drenare, di non stagnare.
«È triste piangere per ciò che si è sofferto, ma è più triste non piangere affatto, perché questo significa non aver amato. Chi piange esprime disperatamente il suo amore: per la luce velata dall’avversità. Chi piange lascia andare il dolore, e così si consola» (Pablo d’Ors).
Ci sono cose che non si vedono se non con occhi che hanno pianto (Louis Veuillot).
Mite è chi ha pianto a sufficienza da ripulire lo sguardo e vedere la realtà per ciò che è.
La mitezza comincia da sé: dal trattarsi con delicatezza, dal perdonarsi senza violenza, dal fluire con la vita invece di opporle resistenza. Lasciarla passare, come passa il fiume.
«Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio» (Chandra Candiani).
Giusto è chi vive secondo la propria natura (Platone).
Dovremmo essere affamati e assetati di compierci per ciò che siamo, senza rincorrere i sogni degli altri. Imparare a sostare nella propria incompletezza: solo così potremo lottare perché anche gli altri giungano alla loro. Perché non esiste felicità autentica dentro l’infelicità altrui.
La prima misericordia va esercitata verso sé stessi.
Occorre mettere a tacere il super-io, quel giudice inflessibile che ci abita e che alimenta sensi di colpa devastanti ogni volta che non siamo all’altezza dei nostri ideali.
«Neanch’io ti condanno» – dice Gesù alla donna sorpresa in adulterio – «va’ e d’ora in poi non fallire la vita».
Solo chi è misericordioso con sé stesso incontrerà misericordia. Chi si perdona può iniziare a perdonare. E perdonare significa riconciliarsi con ciò che si è stati e con ciò che si è.
Beato chi ha un cuore puro: incapace di secondi fini, capace di dire ciò che intende dire, e di amare lasciando libero l’amato.
Kierkegaard definisce la purezza di cuore come il desiderare una cosa sola. Siamo ingolfati da desideri a cui affidiamo la nostra felicità. Eppure l’unico desiderio che non tradisce è desiderare ciò che siamo, qui e ora: unico porto sicuro da cui salpare verso un oggi colmo di possibilità.
«Chi è in guerra con sé stesso è in guerra con il mondo intero» (Gandhi). E viceversa.
Si diventa operatori di pace quando si accoglie la propria polarità, altro nome della contraddizione. Tutto è polarizzato: inspiro ed espiro, unico modo per vivere. Notte e giorno, unico modo perché il tempo si compia. Morte dell’inverno e vita dell’estate.
Saremo in pace quando sapremo armonizzare gli opposti che ci abitano e riposarci in essi. A volte, per raggiungere un punto, occorre mirare decisamente altrove. Come nel tiro con l’arco: la freccia vola lontano solo perché il braccio si tende con forza in direzione ostinata e contraria. I conflitti vanno attraversati creativamente, non evitati, se vogliamo che si trasformino.
La causa di Dio agonizza sempre in questo mondo.
Le persone luminose sono tollerate finché non fanno rumore. Quando lo fanno, vengono fraintese, derise, perseguitate. La loro santità sta nel modo in cui fanno tana dentro tutto questo.
Il santo, l’essere maturo, è colui che ha imparato a stare: diritto come un albero, con radici profonde, nella calma e nella tempesta, negli applausi e nelle critiche. Sa che lodi e insulti, dal punto di vista dell’essere, non hanno peso. Tutto scorre. Tutto è vapore. E ogni colpo ricevuto lo allontana dall’effimero e lo avvicina all’essenziale.
«Nessuno può fermarlo. Possiede una forza sconosciuta al mondo. Ha lo sguardo fisso sul bersaglio verso cui cammina; tutto il resto è niente» (Pablo d’Ors).
