OMELIA SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO. Anno A

Gv 6, 51-58
La cena di Gesù non è un rito. È un’esistenza.
Quando Gesù pronuncia quelle parole — «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19) — non sta chiedendo di essere ricordato. Sta chiedendo di essere continuato. Nella mentalità biblica la memoria non è il ricordo nostalgico di ciò che non c’è più. È rendere presente ciò che sembra assente, permettere a un evento di accadere di nuovo nel qui ed ora.
Per questo Gesù non dice: «Pensate a me». Dice: «Fate questo».
Non conservate la mia immagine, non difendete la mia dottrina, non costruite monumenti alla mia memoria: vivete semplicemente come io ho vissuto.
L’eucaristia nasce qui. Non tanto in un pane consacrato, ma nel pane spezzato.
Perché il pane, per diventare nutrimento, deve cessare di appartenere a sé stesso. Deve lasciarsi ‘spezzare’, dividere, distribuire, perdere.
Così è stata la vita di Gesù: vita consumata per gli altri. Una vita che non ha trattenuto nulla, diventata solo dono.
Per questo il suo gesto rimanda al grande simbolo del chicco di grano: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).
Lo sappiamo, questa è una delle leggi più profonde dell’esistenza: tutto ciò che vuole salvarsi si restringe, mentre tutto ciò che accetta di donarsi si espande.
Il seme che si protegge muore nella propria sicurezza, il seme che accetta di spezzarsi genera campi dorati.
Anche l’essere umano vive sotto questa stessa legge: ogni volta che tratteniamo la vita, la perdiamo e ogni qualvolta la doniamo, la ritroviamo.
Per questo Gesù può affermare: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà» (Mt 16, 25). Attenzione: nessuna richiesta di sacrificio.
Piuttosto una rivelazione. La vita fiorisce soltanto quando smette di essere possesso.
L’eucaristia è allora il grande sacramento della trasformazione: il passaggio dall’io al dono, dall’accumulo alla condivisione, dalla paura all’amore.
Non è questione di adorare un pane ma diventare pane. Pane per chi ha fame di ascolto, per chi è ferito, per chi è solo. Pane per chi ha smarrito il senso del cammino.
Carlo Molari scrive: «Gesù è stato presentato da Dio nella storia umana con la sua attività e la sua esistenza. Per questo è stato chiamato sacramento di Dio, segno cioè della sua presenza nel mondo» (C. Molari).
Gesù non è stato semplicemente colui che parlava di Dio, e stato trasparenza, diafania di Dio. La sua vita è diventata il luogo in cui il Mistero ha potuto affacciarsi sul mondo.
E forse è proprio questo il significato ultimo dell’eucaristia: non ricevere Gesù nel proprio cuore, ma diventare ciò che si riceve: cristici.
Lasciare che la nostra esistenza diventi, come la sua, una finestra aperta sull’Invisibile.
Perché il mondo non ha bisogno di persone che parlino di Dio. Ha bisogno di donne e uomini che, spezzandosi nell’amore, lo rendano visibile.