OMELIA V domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Mt 5, 13-16
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Nell’antichità il sale veniva applicato sulle ferite come antisettico e antidolorifico: bruciava, sì, ma proprio quel bruciore impediva alla ferita di infettarsi e ne favoriva la guarigione. Non è un dettaglio secondario. Il profeta Isaia lo traduce in linguaggio spirituale quando scrive:
«Se tu dividerai il pane con l’affamato, introdurrai in casa i miseri, i senza tetto, vestirai uno che vedi nudo, allora la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58,8).
È un passaggio sorprendente. La cura dell’altro, il gesto che solleva chi è precipitato nel fango e nel non-senso, diventa cura delle nostre stesse ferite. Come se la guarigione non fosse mai un fatto privato, intimistico, ma un movimento che passa attraverso l’altro.
E in fondo, chi di noi non porta dentro piaghe esistenziali? Ferite antiche, magari inferte nell’infanzia, oppure prodotte da amori storti, attese tradite, parole che hanno scavato più di quanto ammettiamo. Ferite causate dal dolore subìto, ma anche da quello arrecato. Il vangelo di oggi non propone scorciatoie: indica una strada che passa attraverso il sale.
Il sale – il balsamo dell’amore – versato sulle ferite dell’altro, è ciò che lentamente rimargina le nostre.
Se non diamo sapore alla vita altrui, finiamo col perdere il gusto della nostra. La vita diventa allora insipida, scialba, priva di densità, come una storia che scorre senza lasciare traccia. Senza ingenuità però: perché sappiamo bene che amare non è indolore. L’amore, prima o poi, brucia. Brucia come il sale sul vivo di una ferita. Ma proprio lì avviene la guarigione.
«Voi siete la luce del mondo» (v. 14). Anche qui è Isaia a offrirci la traduzione concreta di cosa significhi essere luce:
«Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (vv. 9-10).
La luce non è un possesso, ma un effetto. Saremo luminosi solo nella misura in cui cominceremo a illuminare gli altri. Se non lo facciamo, lentamente ci spegniamo anche noi. Il bene compiuto verso l’altro alimenta la nostra lampada; senza questo olio, la fiamma si affievolisce.
Non a caso, nella Chiesa primitiva i battezzati venivano chiamati “gli illuminati”: non perché superiori, ma perché impregnati di Gesù, la luce. Eppure, questa illuminazione non è mai per sé. Siamo stati illuminati per far uscire dal buio i fratelli. Una luce trattenuta, ripiegata su sé stessa, è una contraddizione.
Una vita vissuta nell’oscurità dell’egoismo, coperta da un secchio – il moggio del vangelo – è una vita destinata a spegnersi. Anche una vita apparentemente tranquilla, consumata nell’ombra, nel nascondimento del proprio quieto vivere centrato su di sé, finisce per spegnersi nell’insignificanza.
Gesù mostra che la vita capace di illuminare il mondo e di dare sapore alla storia è quella che ama sino alla fine, quella che ha il coraggio di salire su quel candelabro che è la croce (v. 15).
Una vita che è “venuta alla luce”, ma che non si alimenta dell’olio dell’amore – facendo così luce a tutti coloro che le stanno intorno – si spegne presto. Rimane biologicamente in vita, forse religiosamente attiva, ma interiormente morta, anche se detta vivente.