OMELIA XIII domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Mt 10, 37-42
«Chi ama padre o madre, figlio o figlia più di me, non è degno di me…» (Mt 10,37).
Queste parole di Gesù sembrano chiedere una graduatoria degli affetti, come se pretendesse di occupare il primo posto nel cuore umano, relegando tutti gli altri amori a un rango inferiore. Ma Gesù non è mai entrato in competizione con l’amore umano. Non ha mai chiesto di essere amato contro qualcuno o al posto di qualcuno. Un dio che reclamasse privilegi, precedenze e primati sarebbe ancora prigioniero della logica dell’ego.
Gesù non chiede di amare lui più degli altri; invita piuttosto ad amare come lui.
L’amore autentico non si lascia rinchiudere nel recinto dei legami di sangue, dell’appartenenza, della tribù. Non nega gli affetti più vicini, ma li apre. Li dilata. Li conduce oltre sé stessi. Quando l’amore è vero, smette di chiedere: «Chi è dei miei?» e comincia a domandarsi: «Chi ha bisogno di me?».
Per questo il Vangelo rappresenta una rivoluzione permanente contro ogni particolarismo del cuore. Contro ogni “prima noi”, “prima i nostri”, “prima quelli che ci assomigliano”. L’amore non ragiona secondo l’ordine delle preferenze, ma secondo quello della presenza, senza conoscere privilegi ma solo attenzione e senza stabilire gerarchie di dignità ma piuttosto riconoscendo ovunque la medesima preziosità.
L’amore è, nel senso più profondo del termine, “indifferente”: non perché sia freddo o distaccato, ma perché non fa differenze. Come il sole che illumina senza scegliere, come la pioggia che cade senza chiedere chi la meriti.
È in questo contesto che si comprende anche l’invito a «prendere la propria croce».
Per troppo tempo questa espressione è stata interpretata come rassegnazione, sopportazione passiva del dolore, accettazione fatalistica delle prove della vita. Ma la croce di Gesù non è il simbolo della sofferenza subita; è il segno delle conseguenze dell’amore vissuto fino in fondo.
Gesù non è stato crocifisso perché amava il dolore. È stato crocifisso perché amava troppo gli esclusi, i dimenticati, i poveri, gli stranieri, i peccatori. La croce è ciò che accade quando l’amore entra in collisione con le logiche del potere, dell’interesse e della paura.
Prendere la propria croce significa allora accettare il prezzo della compassione. Significa non sottrarsi alle conseguenze che derivano dal mettersi accanto agli ultimi, dal condividere il peso di chi non ha voce, dal rimanere fedeli all’umanità anche quando ciò comporta incomprensioni, solitudine o rifiuto.
Ogni amore autentico espone. Rende vulnerabili. Fa perdere qualcosa. Chiede sempre un esodo da sé stessi.
Eppure, il Vangelo custodisce una certezza: l’amore non conduce mai al vicolo cieco della morte. Può attraversare la notte, ma porta sempre in sé una segreta direzione verso la luce. Può conoscere il venerdì della croce, ma reca già nel proprio grembo l’alba della risurrezione. Per questo Gesù conclude parlando di un gesto apparentemente insignificante: un semplice bicchiere d’acqua fresca.
È il modo con cui ci ricorda che il Regno di Dio non cresce attraverso gesti grandiosi o imprese spettacolari. Cresce nella discrezione. Nella fedeltà ai piccoli atti. Nella tenerezza quotidiana. In quella gentilezza quasi invisibile che spesso nessuno applaude e che tuttavia tiene in piedi il mondo.
Noi siamo abituati a pensare che soltanto ciò che è grande produca effetti importanti. L’amore, invece, conosce una matematica diversa. Sa che un sorriso può riaccendere una speranza spenta. Che una parola può salvare una giornata. Che una presenza può restituire vita a chi si sentiva perduto. Nel mondo dell’amore nulla è piccolo.
Persino un bicchiere d’acqua donato con gratuità partecipa al movimento stesso dell’universo. Perché ogni gesto d’amore, per quanto umile, contribuisce a far avanzare quel Regno che non è altro che la lenta, ostinata e invincibile diffusione della Vita.
Quella Vita che, come scrisse Dante, è l’Amore «che move il sole e l’altre stelle».