OMELIA XVIII domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Mt 14, 13-21
L’essere umano è essenzialmente un viandante: homo viator.
Non nasciamo pienamente umani: lo diventiamo. E diventiamo noi stessi solo accettando d’intraprendere un viaggio. Non anzitutto verso luoghi lontani, ma verso quella profondità interiore nella quale la nostra vita attende di essere finalmente riconosciuta e abitata.
È un cammino dal non essere all’essere, dalla dispersione alla presenza, dall’estraneità a noi stessi alla nostra verità più profonda. In fondo, è questo l’unico viaggio capace di compierci.
Eppure noi continuiamo a cercare fuori ciò che può essere incontrato soltanto dentro. Attendiamo che qualcuno, qualcosa, un successo, un ruolo, un riconoscimento ci dicano finalmente chi siamo. Ci illudiamo che la vita si trovi nel rumore, nella corsa, nell’agitazione, nell’accumulo di esperienze e di emozioni sempre più intense.
Ma la Presenza non dimora nel vento impetuoso, né nel terremoto, né nel fuoco. La Scrittura racconta che essa si lascia percepire nel «sussurro di una brezza leggera», in una sottile voce di silenzio che parla dentro di noi (cfr. 1Re 19,11-12).
Il brano evangelico di oggi ci presenta delle folle che abbandonano la città per seguire Gesù in un luogo deserto (v. 13). Apparentemente si muovono da un luogo di vita verso un luogo di morte: dalla città, abitata e sicura, al deserto, vuoto e inospitale.
In realtà accade il contrario.
È proprio nel deserto che si compie l’esodo capace di condurci dalla morte alla vita. È lì, quando il frastuono si placa e ciò che ci distrae viene meno, che possiamo ascoltare quella voce silenziosa che ci rivela chi siamo, di che cosa siamo fatti e per che cosa siamo fatti.
Il Mahatma Gandhi amava dire: «Non ho bisogno di andare lontano a cercare la grotta sacra, la porto dentro di me».
Il pellegrinaggio più lungo e faticoso non è quello verso una terra lontana, ma quello verso il nostro spazio interiore. Verso quel deserto nel quale molte cose cadono, perdono consistenza, smettono di esercitare potere su di noi. È il luogo in cui sembra non rimanere più nulla. Eppure, proprio allora, può apparire l’essenziale.
Quando crolla il superfluo, rimane il necessario.
Quando tacciono le molte voci, può emergere l’unica voce che conta.
Quando non abbiamo più nulla cui aggrapparci, possiamo finalmente scoprire ciò che ci sostiene.
Nel deserto interiore comprendiamo anzitutto che viviamo di ciò che riceviamo, prima ancora che di ciò che facciamo o doniamo. La vita, nella sua sorgente, è grazia: non conquista, ma dono.
L’aria che respiriamo non l’abbiamo prodotta.
L’acqua che ci mantiene in vita non l’abbiamo inventata.
L’amore che nutre il cuore non possiamo fabbricarlo.
Possiamo soltanto accoglierli. Come un dono immeritato. Come un miracolo quotidiano.
Ed è proprio qui che possiamo cominciare a guarire dalla nostra malattia più profonda: la convinzione che, per vivere, occorra continuamente comprare qualcosa.
«Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare» (v. 15), suggeriscono i discepoli. È la logica abituale: ciascuno provveda a sé stesso, ciascuno acquisti ciò di cui ha bisogno, ciascuno si salvi da solo.
Gesù introduce un’altra possibilità: «Voi stessi date loro da mangiare» (v. 16).
La vita non è soltanto commercio. Non tutto deve essere acquistato, meritato o conquistato. Esistono beni che diventano abbondanti proprio quando vengono condivisi: il pane, la cura, la tenerezza, il tempo, la presenza. E forse persino noi stessi.
Solo quando avremo imparato questa logica del ricevere e del condividere, potremo finalmente sederci sull’erba (v. 19), noi, pellegrini stanchi del tempo, con il cuore appesantito dalle paure e dalle fatiche. L’erba del deserto diventa allora il segno di un giardino ritrovato, quasi un anticipo del paradiso.
E potrà cominciare la festa.
Perché avremo compreso la logica del cuore: ciò che tratteniamo marcisce, ciò che condividiamo si moltiplica. Donando noi stessi, possiamo trasformare le nostre città e le nostre relazioni quotidiane — troppo spesso fondate sulla competizione, sul potere e sul fratricidio — in luoghi di pace e di riconciliazione.
Allora sperimenteremo ciò che davvero sazia la vita. «Tutti mangiarono a sazietà» (v. 20). Nessuno escluso. Nessuno lasciato indietro.
E scopriremo che il pane capace di nutrire l’umano non viene mai meno. Dopo che tutti hanno mangiato, ne rimangono ancora dodici ceste piene.
Quando la vita viene condivisa, non diminuisce. Diventa sovrabbondante.