OMELIA XXII domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Mt 16, 21-27
Lasciando da parte ogni facile moralismo, che cosa significa «prendere la propria croce»?
Forse significa anzitutto questo: imparare a stare con ciò che è. Imparare a stare con la vita.
Tutte le grandi tradizioni spirituali sembrano concordare su un punto: molta della nostra sofferenza nasce dalla distanza tra la vita così come accade e la vita così come avevamo immaginato dovesse accadere. Desideriamo che le relazioni, gli eventi, persino il momento presente prendano una determinata direzione. Poi la realtà imbocca un’altra strada. Ed è proprio in quella distanza che cominciamo a soffrire.
«Prendere la propria croce» significa allora sospendere il giudizio sulla vita. Smettere di etichettare ogni cosa come bene o male, giusta o sbagliata. Significa accogliere ciò che accade senza sottoporlo immediatamente al criterio dell’«è bene per me» o dell’«è male per me».
L’io e il mio sono la misura con cui giudichiamo la benevolenza o la crudeltà dell’esistenza: se ciò che accade favorisce i nostri progetti, la vita è buona; se li contraddice, la vita diventa cattiva.
Eppure, la vita non segue i nostri piani. Semplicemente accade. Si dispiega secondo la propria impermanenza, attraversata dall’imprevisto e dall’imprevedibile.
«È l’imprevisto ciò che aspetto, niente altro.
Ovunque, sempre. Nelle pieghe di una conversazione,
nel guado di un
libro, nella sottigliezza di un cielo. Aspetto con
impazienza.
È quello che non mi aspetto che aspetto». (Ch. Bobin, Ritratto al radiatore)
Accogliere ciò che accade, invece di sedarlo. Trasformarlo, invece di respingerlo o negarlo.
La stessa evoluzione ci insegna che la creatività della vita emerge spesso proprio dalla catastrofe. Vi sono eventi capaci di rivoltarci come un guanto. All’inizio conosciamo soltanto la paura e lo spaesamento. Poi, lentamente, ci accorgiamo che quella nuova condizione custodisce possibilità e ricchezze che prima dello schianto non avremmo neppure saputo immaginare.
In fondo, anche un guanto rivoltato possiede una sua bellezza.
La vita, in sé, non è bella o brutta, buona o cattiva, giusta o ingiusta. La vita semplicemente è. Ciò che dipende da noi è il modo in cui le stiamo dentro.
Quando opponiamo alla realtà la nostra mappa mentale, tutto si irrigidisce. Pretendiamo che il territorio coincida con la mappa, che la vita obbedisca alle nostre rappresentazioni. E così ne ostacoliamo il corso.
La realtà è quella che è. Se entriamo in conflitto con essa, l’esistenza ci apparirà come una continua ferita. Se impariamo a stare in relazione con ciò che accade, persino il dolore potrà essere attraversato e trasformato. La libertà in fondo non consiste nello scegliere tutto ciò che ci accade ma piuttosto scegliendo come abitarlo.
Forse la vita sa condurci molto più lontano di quanto sappiano fare i nostri progetti.
«Prendere la propria croce» significa dunque diventare magnanimi. La parola lo dice: rendere grande l’anima. Allargare lo spazio interiore perché possa contenere anche ciò che non avevamo previsto, desiderato o scelto. Un’anima abbastanza vasta da accogliere ciò che è, senza amputare nulla della realtà.
«Ciò che accade è sempre il meglio di quanto sarebbe potuto accadere. Il divenire è molto più saggio delle
nostre idee o dei nostri piani. […] Appena smettiamo di imporre i nostri schemi alla realtà, la realtà smette di presentarsi avversa o favorevole e comincia a manifestarsi tale quale è» (Pablo d’Ors)
Alla luce di tutto questo, che cosa significherà recitare nel Padre nostro: «Sia fatta la tua volontà»? Forse significa potersi dire, nel profondo: «Mi fido della vita». Quando rinunciamo a controllarla e a piegarla violentemente al criterio dell’io e del mio, cominciamo a scorgere Dio all’opera. E ci scopriamo già dentro la sua volontà. Perché Dio, infine, che cos’altro potrebbe essere se non la Vita stessa, nel modo unico e irripetibile in cui prende forma in ogni istante?