Mt 21, 33-43
«Nel bene e nel male, per possedere davvero ciò che abbiamo ereditato dai padri dobbiamo riconquistarlo» (Goethe).
Ciò che riceviamo porta con sé una promessa. La vita, le parole, la sapienza di chi ci ha preceduto chiedono di attraversare la nostra carne, di misurarsi con le nostre domande, di trovare in noi una forma ancora inedita. Anche un’eredità preziosa può restare sterile, se ci limitiamo a custodirla. Diventa nostra quando accettiamo di lasciarcene trasformare.
È questo il nome profondo della responsabilità: rispondere di ciò che ci è stato affidato. Consentire al seme che siamo di aprirsi, di mettere radici, di giungere alla propria fioritura. Nessuno può farlo al nostro posto. E nessuno può stabilire dall’esterno quale forma dovrà avere il nostro fiore.
La creazione continua in noi. Siamo esseri in divenire, vite ancora da venire alla luce. Il nostro nascere rimane incompiuto finché qualcosa di ciò che siamo resta sepolto sotto la paura, l’abitudine, il bisogno di corrispondere alle attese altrui.
«Siate fecondi»: è il primo ‘comando’ di Dio all’essere umano, secondo il mito di Genesi. Possiamo ascoltarvi un invito radicale: partoritevi ancora, date alla luce ciò che in voi attende di vivere. Lasciate che la vita ricevuta diventi vita capace di generare.
Essere stati messi al mondo è l’inizio. Occorre poi assumersi il rischio di esserci, ossia abitare la propria esistenza, darle voce, consentirle di diventare dono.
Anche l’uomo Gesù ha percorso questo lungo viaggio. Una vita intera per dare forma, nei gesti e nelle relazioni, alla profondità che lo abitava. Fino a consegnarsi. E quando fu ucciso e deposto nella terra, molti pensarono che tutto fosse finito. Il racconto evangelico ci conduce invece alle prime luci dell’alba: là dove sembrava esserci soltanto una fine, un germoglio cominciava a prendere forma.
Prima di quel compimento aveva scelto degli amici, perché andassero e portassero un frutto capace di rimanere (cfr. Gv 15,16). Aveva affidato loro ciò che aveva imparato vivendo: ogni fioritura domanda una perdita. Il seme si apre quando cede la scorza che lo racchiude. Anche in noi qualcosa deve cedere: la pretesa di possederci, di trattenere tutto, di fare della vita una proprietà.
La morte dell’io e del mio passa da qui. Dal venir meno di quella presa che vorrebbe piegare ogni cosa al proprio bisogno. Allora possiamo amare lasciando spazio, donare senza esigere restituzione, partecipare a una vita che continuerà a fiorire anche oltre di noi.
«La vita fiorisce lontano da me», scrive Bobin. Forse la nostra maturità comincia quando riusciamo a gioire di un frutto che altri raccoglieranno. Quando ciò che abbiamo generato può vivere senza appartenerci. Quando abbiamo abbastanza fiducia da lasciare andare.
«Le cose che stanno alle nostre spalle o davanti a noi sono minuscole in confronto a ciò che dimora dentro di noi. E quando portiamo alla luce ciò che è dentro di noi, avvengono miracoli» (Henry Stanley Haskins).
Dentro di noi attende una vita che nessuno ha ancora vissuto.
Venire alla luce è la nostra responsabilità.
