OMELIA XXVIII domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Mt 22, 1-14
«Tutto è pronto; venite alle nozze!» dice il vangelo di oggi.
La festa è già cominciata. La Vita ha già apparecchiato la tavola. E noi trascorriamo l’esistenza sulla soglia, chiedendoci se siamo degni di entrare.
Per fare esperienza di ciò che siamo da sempre — uno nell’Uno, partecipi dell’unica Realtà, della Sorgente ultima dell’Amore — possiamo cominciare a deporre la fatica di doverci completare. Quella convinzione silenziosa che ci accompagna ovunque: manca ancora qualcosa, devo diventare altro, devo meritarmi un posto.
Tutto è già dato. Il Tutto di cui siamo parte è già qui, ne siamo parte. Anche adesso, dentro questa vita incompiuta, dentro il corpo che cambia, dentro ciò che di noi fatichiamo ad accogliere. Ce lo ricorda anche Paolo quando dice: ‘In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo’ (At 17, 28).
Siamo ciò che cerchiamo. E continuiamo a cercarlo come se ci fosse estraneo.
Qui prende forma il nostro dramma: appartenere alla Vita e sentirsi esclusi. Ossia, da una parte siamo radicati nella Sorgente ma viviamo come assetati, cercando lontano ciò che ci sostiene in ogni respiro. Come se un pesce nell’oceano cercasse disperatamente l’acqua.
È il sogno della separazione. Ci percepiamo come esistenze isolate, costrette a conquistarsi un significato, a difendere il proprio posto, a procurarsi da sole la salvezza. E quanto più ci crediamo separati dal fondamento del nostro essere, tanto più gli altri diventano estranei, concorrenti, minacce. Anche la terra finisce per sembrarci qualcosa di esterno: una risorsa da usare, anziché la vita a cui apparteniamo.
Monadi che annaspano per rimanere a galla. Ciascuna intenta a salvarsi, ciascuna sempre più sola.
«Per quelli che son desti c’è un unico e comune cosmo; ma ciascuno di quelli che dormono si volgono al proprio» (Eraclito, Frammenti).
Dormire significa abitare un mondo che ha le dimensioni del proprio io. Tutto viene misurato a partire dal sé: ciò che mi serve, ciò che mi conviene, ciò che mi ferisce. Possiamo conoscere molte cose e continuare a dormire. Possiamo persino parlare di Dio e rimanere chiusi nel nostro piccolo mondo.
È la condizione evocata dalla parola greca idiṓtēs: l’uomo privato, ripiegato nella propria sfera. Una vita che perde il senso del comune, incapace di riconoscere quanto intimamente il proprio destino sia intrecciato a quello di ogni altro essere.
Il risveglio comincia quando questa chiusura si allenta. Quando il dolore dell’altro ci riguarda. Quando riconosciamo nella terra qualcosa di noi. Quando possiamo smettere, almeno per un istante, di difenderci dalla Vita e consentirle di attraversarci.
«Tutto è pronto». Ora svegliati. Prendi posto. Lascia che la gioia di appartenere raggiunga anche le parti di te che si credono indegne.
«Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo», dice il padre al figlio maggiore (cfr. Lc 15,31). Quel figlio è rimasto in casa, ha lavorato, ha obbedito. Eppure, vive da schiavo. Tiene il conto delle proprie prestazioni, attende una ricompensa, soffre per una festa che sente riservata a un altro. È così occupato a meritarsi l’amore da non accorgersi di esserne già avvolto.
Si può rimanere nella casa del padre senza sentirsi figli.
Il fratello minore aveva cercato altrove la pienezza. Era partito immaginando che la libertà lo attendesse lontano, finalmente sciolto da ogni legame. Anche lui aveva confuso la vita con qualcosa da possedere. E anche lui aveva smarrito il senso della propria appartenenza.
Uno si perde andando via. L’altro restando. Entrambi ignorano l’amore che li precede.
Al ritorno, il padre abbraccia il figlio mentre questi sta ancora cercando le parole con cui rendersi accettabile. La festa nasce lì: nel momento in cui una vita scopre di essere accolta prima ancora di aver finito di giustificarsi.
La salvezza prende forma come risveglio a questa appartenenza. Diventare consapevoli dell’Amore di cui siamo partecipi, senza condizioni. Lasciare che questa consapevolezza trasformi il nostro modo di abitare il mondo: più liberi dalla paura, più disponibili alla cura, capaci di riconoscere negli altri la stessa profondità che ci abita.
«Tutto è pronto». Possiamo deporre il conto dei meriti, attraversare la soglia, sederci insieme. E cominciare finalmente a far festa.