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Gli uomini di Chiesa esperti di cose di famiglia?

È perlomeno curioso che, pressoché dall’inizio, la Chiesa gerarchica si è sempre sentita autorizzata ad intervenire, insegnare, proibire e costringere su temi quali famiglia, matrimonio, etica sessuale, omosessualità, ecc. Dico curioso perché, essendo costituita esclusivamente da maschi non sposati, dovrebbe parlarne con l’umiltà di riconoscersi almeno inadeguata.

«Una Chiesa dove ci sono voluti due millenni per ammettere che nel matrimonio oltre la procreazione dei figli è importante anche il mutuo amore dei coniugi (Gaudium et Spes, 50), dovrebbe con tutta umiltà tacere su temi verso i quali non ha ricevuto alcun mandato dal Cristo e che, quando li ha voluti trattare, ha causato tremendi danni». […] La Chiesa dovrebbe «tornare alle sorgenti cristalline della Scrittura, troppo spesso ignorata o strumentalizzata per essere di supporto a strampalate dottrine tanto assurde quanto disumane (come quella di imporre ai divorziati risposati di vivere come fratello e sorella). La conversione della Chiesa al Vangelo di Gesù farebbe emergere che il problema, così aspramente dibattuto, della comunione da concedere ai divorziati risposati, semplicemente non esiste. La difficoltà non riguarda infatti il secondo matrimonio, ma il significato stesso dell’eucaristia. Nei vangeli appare chiaramente che l’eucaristia non è un premio concesso a quanti lo meritano, ma un dono per i bisogni delle persone: meriti non tutti li possono avere, ma tutti sono bisognosi. Gesù ha cercato di far comprendere ai duri teologi del suo tempo che la medicina e il medico sono per i malati e non per i sani, e che non occorre purificarsi per accogliere il Signore, ma è accoglierlo nella propria vita quel che purifica.

Altro tema scottante, finora sempre evitato, è quello delle unioni omosessuali. Su questo argomento era più logico e comprensibile l’atteggiamento della Chiesa pre-conciliare: gli omosessuali erano tutti peccatori e quando morivano finivano all’inferno per omnia sæcula sæculorum. Le cose si sono complicate con la morale post-conciliare: no, non sono peccatori per il fatto di essere omosessuali, ma per il manifestarlo (come dire a una pianta che può crescere, ma non può fiorire). La soluzione? Anche in questo caso la castità (gira e rigira si finisce sempre lì, sui genitali). La castità, scelta che la Chiesa riconosce essere un carisma, ovvero un dono del Signore per quanti liberamente e volontariamente la scelgono, diventa un obbligo imposto. Il rifiuto dell’omosessualità si basa sul fatto che nella Bibbia si legge che Dio maschio e femmina li creò (Gen 1,27). Nessuno mette in dubbio quest’ asserzione: gli omosessuali non sono un altro sesso, bensì maschi e femmine che orientano la propria affettività su persone dello stesso sesso. I mali della società non sono causati da chi si ama, ma da chi si detesta.

Nel documento del Sinodo appena concluso, si ripropone l’impianto della famiglia tradizionale e si legge che “circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, il Sinodo ritiene che non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. C’è da chiedersi dove si trovi questo disegno di Dio. Non certo in Gesù e il suo messaggio, unica espressione della volontà divina. Paradossalmente l’unica volta che nei Vangeli compare il termine disegno è proprio per accusare farisei e dottori della legge che “hanno reso vano per loro il disegno di Dio” (Lc 7,30), quei dottori della legge che impongono pesanti pesi sulle spalle delle persone e non vogliono aiutarli neanche con un dito (Lc 11,46).

Gesù ha uno sguardo molto critico sul matrimonio e la famiglia patriarcale, e il suo insegnamento non serve per consolidare questa istituzione ma per demolirla. Gesù viene da un’esperienza difficile e traumatica dei rapporti con i suoi che sono stati all’insegna dell’incomprensione: “Neppure i suoi fratelli credevano in lui” (Gv 7,5). Gesù ha constatato con amarezza che “un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” (Mc 6,4), e l’unica volta in cui si rivolge alla madre, nel vangelo di Luca, è per rimproverarla, ricordandole che Giuseppe non è suo padre: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,48-49).

Il matrimonio era una tappa obbligatoria per ogni maschio ebreo giunto all’età di diciotto anni. Gesù non si sposa, trasgredendo così “il disegno di Dio sulla famiglia” (“Siate fecondi e moltiplicatevi”, Gen 1,28), incorrendo nella maledizione divina: “L’ebreo senza moglie è rifiutato dal Cielo” (Pes. B. 113°).

Gesù con il suo comportamento è la vergogna del clan famigliare che decide, madre compresa, di andarlo a catturare perché ritenuto “fuori di testa”. E sarà in occasione della tentata cattura che Gesù prenderà chiaramente le distanze dalla famiglia naturale, quella legata dai vincoli del sangue: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo attorno, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,21.31-35). Poi nel suo insegnamento Gesù arriva a dichiarazioni estreme che scalzano dalle radici il solido e consacrato impianto dell’istituzione famigliare. Gesù giunge a dire che “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,25), e in un crescendo demolitore di quel che resta della famiglia, invita i suoi discepoli ad abbandonarla, assicurando loro che non sarà una perdita bensì un guadagno: “In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente” (Lc 18,29-30). Gesù dichiara che lui non è venuto per mantenere unita la famiglia ma per dividerla: “Sono venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera, e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa…” (Mt 10,35).

Sì, sarà meglio evitare di parlare di “disegno di Dio sulla famiglia…» (Alberto Maggi).

Quaresima, un inno alla gioia

Oggi inizia la Quaresima.
Quaranta giorni percepiti, nell’immaginario collettivo, come qualcosa di un po’ tristanzuolo, listato a lutto, grigio come le ceneri con cui alcuni cristiani si lasciano segnare la fronte.
Nell’accompagnare questo gesto, il prete può scegliere di recitare due formule. La prima suona così: ‘Ricordati che sei cenere e in cenere ritornerai’. La trovo terribile. Si tratta dalla maledizione che Dio rivolse ad Adamo dopo la disobbedienza (cfr. Gn 3, 19).
Certo che con un monito del genere, l’intero periodo quaresimale non può che essere visto come cammino di penitenza, fatto di digiuno, rinuncia e sacrificio. C’è solo un piccolo particolare: in tutto il Vangelo, Gesù non ha mai invitato alla penitenza, a mortificarsi e a fare sacrifici. Anzi, in Matteo dirà: «Misericordia io voglio non sacrifici» (12, 7).
Paolo l’ha capito bene quando ai Colossesi scriverà : «Nessuno vi condanni in fatto di cibo e di bevanda. Non lasciatevi imporre precetti quali: non prendere, non gustare, non toccare. Sono prescrizioni e insegnamenti umani, falsa religiosità che non hanno valore alcuno» (cfr. Col 2, 16-23).
Poi c’è una seconda formula – senz’altro più evangelica – che il prete può utilizzare nell’imporre le ceneri: «Convertiti e credi al Vangelo» (Mc 1, 15). In questi quaranta giorni la questione sarà piuttosto cominciare a credere al Vangelo, ossia a fidarsi che vivendo dispensando vita, si diviene fecondi e non si muore più.
In questo tempo, ci dice Gesù, ‘convertiti’, ossia cambia direzione, esci dal tuo piccolo egoismo, dalla tua tristezza esistenziale, inneggia alla vita, vivi fino in fondo un ‘di più di esistenza’, perché io sono venuto proprio per questo, a dare ‘vita sovrabbondante’ (cfr. Gv 10, 10), una vita qualitativamente così alta in grado di vincere anche la morte. Di questa ‘pasta di eternità’ è fatta la tua vita, altro che di polvere! Tu, se vivi rimettendo in moto la vita di chi ti sta accanto, attraverso l’amore e il perdono, non conoscerai più la morte. Non sei destinato a diventare polvere ma a vivere per sempre! (cfr 1Gv 3, 14).
In questi quaranta giorni, vivi più che mai da risorto perché è il giorno di Pasqua la meta della Quaresima. Illuminati illuminando chi ti sta accanto!
Getta luce in faccia alle persone che incontri! Dispensa vita.
L’uso di imporre le ceneri in questo mercoledì, «si rifà all’uso agricolo dei contadini che conservavano tutto l’inverno le ceneri del camino, per poi, verso la fine dell’inverno, spargerle sul terreno, come fattore vitalizzante per dare nuova energia alla terra. Ed è questo il significato delle ceneri: l’accoglienza della buona notizia di Gesù è l’elemento vitale che vivifica la nostra esistenza, fa scoprire forme nuove originali di amore, e fa fiorire tutte quelle capacità di dono che sono latenti e che attendevano solo il momento propizio per emergere» (Alberto Maggi).

Buona Quaresima di gioia!