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Avvelenatori di silenzio

«E poi c’è il silenzio colpevole. Sono i piccoli silenzi vigliacchi che avvelenano il corpo sociale: la viltà davanti alla sofferenza del lutto collettivo, gli occhi chiusi dinanzi alle mille piccole infamie che si verificano intorno a noi, la vigilanza fiacca, la mano che non ho teso al momento opportuno, la scenetta anodina di razzismo o di non rispetto o di brutalità, di cui sono testimone e davanti alla quale giro gli occhi, il lento insediamento d’un cancro di indifferenza, che ci ha descritto Hanna Arendt analizzando l’ascesa del fascismo e mostrandoci che il corpo vivo del fascismo non è costituito da azioni brutali, enormi, visibili, ma al contrario dalle mille negligenze, da mille accettazioni, da mille indifferenze, da mille alzate di spalle, ignavie, compromessi che degradano una società e la fanno imputridire.
E così esistono avvelenatori di silenzio, come esistono inquinatori di sorgenti» (Christiane Singer)

Ogni discepolo è chiamato ad essere profeta

«Nella chiesa lo stesso posto che occupa lo spirito Santo lo occupa il buon senso. Quando ci lasciamo portare dal buon senso siamo in linea con lo spirito Santo.

Quindi quando facciamo le cose corrispondenti alla ragione, non ci arrampichiamo sopra gli specchi, non violentiamo la ragione abbiamo la certezza di essere in sintonia con il Signore con una enorme responsabilità.

I cambiamenti nella Chiesa ci sono, ma non vengono mai sentenziati dall’alto, ma sempre proposti dal basso. È dal basso che iniziano i movimenti di cambiamento. La Chiesa, come ogni istituzione, ha paura del nuovo, lo vede come un attentato alla propria sicurezza, allora l’istituzione denuncerà all’inizio questi cambiamenti come negativi, come eretici. Poi passa il tempo, li accoglie, e poi li insegna e li impone. Allora noi abbiamo una enorme responsabilità di anticipare quelle che saranno poi le mosse future della Chiesa.

Certo la Chiesa a volte ha dei tempi un po’ lentini, sarebbe da parte nostra molto più bello se la Chiesa fosse un pochino più veloce. Ma perché aspettare i tempi della Chiesa quando già noi possiamo vivere certe realtà? Quindi la responsabilità che abbiamo è in sintonia con questo messaggio di Gesù: proporre nuovi stili di vita, nuove maniere di relazionarsi con lui. Ogni discepolo è chiamato ad essere profeta. Chi è il profeta? Il profeta è quella persona che in sintonia con Dio trova insufficiente i sistemi, gli stili, i modi dei suoi contemporanei, di esprimere la comunione con Dio e ha bisogno di creare forme nuove. Forme nuove (ma questo è già in preventivo, lo ha detto Gesù: se lo hanno detto a me, figuratevi a voi…) che saranno inizialmente ostacolate, perseguitate, ma poi avranno il sopravvento perché Dio è il Signore che fa nuove tutte le cose.

Nella Chiesa quando da comunità dinamica animata dallo Spirito si degrada ad istituzione rigida regolata dalle leggi, impera l’asserzione: si è sempre fatto così, perché cambiare? Attenzione, quando nelle nostre comunità, nel nostro stile di vita anche noi diciamo: si è sempre fatto così, perché cambiare? Da comunità dinamica stiamo diventando istituzione rigida.

Il cambiamento è continuo nella Chiesa. Chiaro, quelli che dovrebbero per primi capirlo e appoggiarlo, purtroppo sono quelli che non lo capiscono. Faccio un esempio: Teresa di Avila. Da secoli le carmelitane si santificano osservando le regole del Carmelo. Teresa no: per la sua sintonia con Dio sentiva inadeguate ed insufficienti quelle regole ed aveva bisogno di formulare un modo nuovo di vivere la vita religiosa. Il povero vescovo di Avila è andato in crisi. C’è un documento, ve lo cito testualmente, che lui scrive al santo Uffizio: ho qui nella mia diocesi una monaca che è (attenzione che la definizione è stupenda) femmina inquieta e vagabonda. È bellissimo! Femmina perché Teresa era una donna passionale, era una donna vivace, era compagna di San Giovanni della croce che invece era languido e sveniva da tutte le parti. E Teresa ogni tanto gli diceva: Giovanni, impara da me ad essere uomo! Quindi era una donna energica. La femmina inquieta e vagabonda la Chiesa l’ha poi proclamata Dottore della Chiesa, cioè il suo insegnamento è valido per tutta la chiesa.

Quindi responsabilità della comunità cristiana è essere in sintonia con Dio che fa nuove tutte le cose, accogliere queste novità e proporle. Naturalmente c’è un discernimento perché non tutto quello che è nuovo è buono: se quello che è nuovo, fa bene, libera e rende più gioiosi viene da Dio, se invece non libera e turba, non viene da Dio». (p. Alberto Maggi)

Pieno compimento della legge è l’amore

Un giovane parroco, di una piccola parrocchia di una piccola diocesi del nord Italia, nel foglietto informativo settimanale, lascia al fedele affidatogli, precise indicazioni riguardo il suo rapporto col cibo nel giorno del mercoledì delle ceneri. In realtà il giovane parroco non ha fatto altro che riportare, in modo diligente, la legislazione vigente su questa materia, ossia la Delibera n. 60, del 4 ottobre 1994 della CEI.
Non voglio contestare il giovane confratello, e tanto meno santa madre Chiesa, ma che tristezza… Termini come legge, obbligo, proibizione e questo tono così direttivo e impositivo pensavo appartenessero ad un lontanissimo passato.
Mi domando dove sia finito il Vangelo, quel Gesù che ‘ci ha liberati perché restassimo liberi, e non ci lasciassimo imporre di nuovo il giogo della schiavitù’ (cfr. Gal 5, 1). Che fine abbia fatto il monito di Paolo: «In virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato» (Rm 3, 20); e ancora «Tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; perché è scritto: “Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica”. E che nessuno mediante la legge sia giustificato davanti a Dio è evidente, perché il giusto vivrà per fede» (Gal 3, 10-13).
Gesù dimostra che la comunione con Dio non si raggiunge attraverso l’osservanza di Leggi e di riti, ma solo attraverso la somiglianza al suo amore liberante e creativo. La legge impedisce all’uomo di crescere e di diventare figlio di Dio (cfr. Gv 19, 7).
E poi mi viene incontro Isaia:
«Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?» (Is 58, 6-8).

Certo, perché «pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13, 10).

Riflessione…

Un amico, come sempre lucido e acuto, mi ha inviato questa riflessione martedì scorso, 19 settembre festa di san Gennaro a seguito del rito della liquefazione del sangue. La condivido, perché nauseato da un cristianesimo oltraggiato, da ‘pastori’ conniventi con una religione pagana e una Chiesa complice.

«Ha detto il GR1 delle 13 che a Napoli (officiante il cardinale cattolico Sepe) si è ripetuto il “rito del miracolo”. Capito? Rito e miracolo, ripetizione e straordinarietà, azione umana, azione divina (???). Non ci sono più le stagioni ma il miracolo da calendario c’è, puntuale.
C’è un sito “Ahi, san gennaro” (mi pare) dove ‘scuotendo nel modo giusto lo smart, si ripete il miracolo’ (parole letterali del GR 1).
Perché la chiesa cristiana non scomunica questo presunto santo da tv spazzatura, oppure i suoi utilizzatori? Cosa fece Gesù nel tempio? Perché il vescovo locale non spacca quella bottiglietta di sangue rappreso che a comando si liquefa? E se non lo fa lui, perché non lo fa un semplice cristiano? Lo faccia un ateo napoletano e Dio gli sarà grato. Paura del malocchio?
Questa non è religione, ma buffonata. Offende il sentimento religioso sincero».

I farisei gli chiesero:”Quando verrà il regno di Dio?”. Gesù
rispose:”Il regno di Dio non viene in modo da attirare
l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là.
Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!”. (Luca 17,20-21)

Quaresima, un inno alla gioia

Oggi inizia la Quaresima.
Quaranta giorni percepiti, nell’immaginario collettivo, come qualcosa di un po’ tristanzuolo, listato a lutto, grigio come le ceneri con cui alcuni cristiani si lasciano segnare la fronte.
Nell’accompagnare questo gesto, il prete può scegliere di recitare due formule. La prima suona così: ‘Ricordati che sei cenere e in cenere ritornerai’. La trovo terribile. Si tratta dalla maledizione che Dio rivolse ad Adamo dopo la disobbedienza (cfr. Gn 3, 19).
Certo che con un monito del genere, l’intero periodo quaresimale non può che essere visto come cammino di penitenza, fatto di digiuno, rinuncia e sacrificio. C’è solo un piccolo particolare: in tutto il Vangelo, Gesù non ha mai invitato alla penitenza, a mortificarsi e a fare sacrifici. Anzi, in Matteo dirà: «Misericordia io voglio non sacrifici» (12, 7).
Paolo l’ha capito bene quando ai Colossesi scriverà : «Nessuno vi condanni in fatto di cibo e di bevanda. Non lasciatevi imporre precetti quali: non prendere, non gustare, non toccare. Sono prescrizioni e insegnamenti umani, falsa religiosità che non hanno valore alcuno» (cfr. Col 2, 16-23).
Poi c’è una seconda formula – senz’altro più evangelica – che il prete può utilizzare nell’imporre le ceneri: «Convertiti e credi al Vangelo» (Mc 1, 15). In questi quaranta giorni la questione sarà piuttosto cominciare a credere al Vangelo, ossia a fidarsi che vivendo dispensando vita, si diviene fecondi e non si muore più.
In questo tempo, ci dice Gesù, ‘convertiti’, ossia cambia direzione, esci dal tuo piccolo egoismo, dalla tua tristezza esistenziale, inneggia alla vita, vivi fino in fondo un ‘di più di esistenza’, perché io sono venuto proprio per questo, a dare ‘vita sovrabbondante’ (cfr. Gv 10, 10), una vita qualitativamente così alta in grado di vincere anche la morte. Di questa ‘pasta di eternità’ è fatta la tua vita, altro che di polvere! Tu, se vivi rimettendo in moto la vita di chi ti sta accanto, attraverso l’amore e il perdono, non conoscerai più la morte. Non sei destinato a diventare polvere ma a vivere per sempre! (cfr 1Gv 3, 14).
In questi quaranta giorni, vivi più che mai da risorto perché è il giorno di Pasqua la meta della Quaresima. Illuminati illuminando chi ti sta accanto!
Getta luce in faccia alle persone che incontri! Dispensa vita.
L’uso di imporre le ceneri in questo mercoledì, «si rifà all’uso agricolo dei contadini che conservavano tutto l’inverno le ceneri del camino, per poi, verso la fine dell’inverno, spargerle sul terreno, come fattore vitalizzante per dare nuova energia alla terra. Ed è questo il significato delle ceneri: l’accoglienza della buona notizia di Gesù è l’elemento vitale che vivifica la nostra esistenza, fa scoprire forme nuove originali di amore, e fa fiorire tutte quelle capacità di dono che sono latenti e che attendevano solo il momento propizio per emergere» (Alberto Maggi).

Buona Quaresima di gioia!

Siamo in continua creazione

Crescere ha il medesimo etimo di creare.

Noi non siamo stati creati una volta per tutte; noi siamo in continua creazione. In crescita appunto.

Siamo venuti alla luce, siamo nati, viviamo, ma questo non vuol dire ancora nulla. Per vivere veramente occorre rinascere. Occorre nascere due volte per diventare pienamente noi stessi.

Crescere è perciò un lento e continuo cammino di ri-creazione. 

Crescere ha assonanza col temine ascendere.

La vita è perciò un lento esercizio di ascesi. Si è chiamati a vivere come l’asceta. Bella parola derivante da askètes: colui che fa esercizi, che si esercita. Si cresce, si ascende verso il compimento di sé, esercitandosi a vivere, ma solo in un determinato modo. Perché non tutti i modi di vivere fanno vivere. C’è una modalità che compie, trasforma, trasfigura, e altre che sfigurano.

Solo l’amore, la modalità dell’amore compie e porta a compimento. Ogni altra fa regredire, fa implodere. È fallimento.

«Noi non discendiamo dagli animali, ma ascendiamo dagli animali» (A. Fogazzaro). Crescere è dunque passare dall’animalità all’umanità. Non si nasce uomini, lo si diventa, crescendo in umanità. Chi tradisce l’umano, rimane bestiale.

Siamo venuti alla luce come semi; la vita che ci è stata donata, è il tempo, sufficiente e necessario perché si possa giungere a diventare albero, fiore, grano, insomma ciò che la natura – o se vogliamo Dio – ha inscritto nella nostra verità più profonda.

Crescere è dunque il costatare il passaggio dalla potenzialità all’atto della nostra verità: sbocciare.

Ma il seme – come per un misterioso paradosso – per poter deflagrare in tutta la sua potenzialità, necessita di essere posto in un solco, che in latino chiamasi lira, e lì morire. Una vita che rinuncia a seguire questa logica naturale, di immergersi nel solco buio e umido della terra, è una vita de-lirante, cioè giocata fuori dal solco, e dunque folle, sterile, infeconda. Ciò che non muore non potrà mai conoscere vita.

Lo ebbe a dire già Gesù di Nazaret: Il chicco di grano se non muore rimane solo senza portare frutto (cfr. Gv 14, 24); E noi sappiamo, per esperienza, che l’amore riporta la vittoria solo laddove viene sconfitto.

Crescere è perciò, paradossalmente, atto di rinuncia, di abbandono, di spogliazione: un morire nell’amore.

Crescere è costruire se stessi, una splendida opera d’arte, un costruire la propria statua, come dicevano gli antichi.

Ma una statua cresce nella misura in cui si toglie, si asporta, si elimina il marmo dal blocca da cui è tratta. La statua si dà per sottrazione, non per addizione. I prigioni di Michelangelo ci suggeriscono qualcosa a riguardo…

Crescere dunque, e siamo ancora nel paradosso, è diminuire, rinunciare al proprio ego, perché il vero Sé possa finalmente affermarsi; occorre togliere tutta la materia di scarto perché la bellezza possa manifestarsi.

E ancora Cristo è lì a ricordarci che crescere nell’amore è l’unico modo per vincere la morte. Se non si cresce in umanità, si è già morti, morti viventi ma pur sempre morti e incapaci dunque di oltrepassare l’ultimo limite della nostra storia.

Padre nostro… che sei nei cieli

 

Cosa intendiamo quando diciamo “nei cieli?”. Dove abita Dio?

Silesius, mistico tedesco del seicento scrive: “Fermati, dove corri? Il cielo è dentro di te! Se cerchi Dio altrove, lo perdi sempre di più”.

Con l’incarnazione è successo qualcosa di grande: si sono capovolte le prospettive. La carne dell’uomo è divenuta il cielo di Dio. Ora ogni pugno di carne è cielo di Dio.

L’unico luogo dove sta di casa Dio, è l’uomo. Io sono il cielo di Dio; i poveri – massimamente – sono il cielo di Dio.

Se vogliamo incontrare Dio non dobbiamo alzare gli occhi al cielo, dobbiamo prenderci cura delle carni. Dobbiamo cominciare ad entrare dentro noi stessi.

Se vogliamo incontrare il nostro Dio, non occorre più salire al cielo, tentando improbabili scalate ascetiche, ma prenderci cura del fratello che è caduto all’inferno.

Stiamo attenti. Dire “che sei nei cieli” vuol dire che mi è intimissimo ma al contempo indisponibile. Dio è sempre oltre ogni mio pensiero, immaginazione e idea!

Non vi sarà più morte…

Venerdì santo 2008

Venerdì Santo 2008 – Filippo Rossi

Con i versi del poeta inglese John Donne (1572 – 1631), auguri di una santa Pasqua di Resurrezione.

“Morte, non andar fiera se anche t’hanno chiamata
possente e orrenda. Non lo sei.
Coloro che tu pensi rovesciare non muoiono,
povera morte, e non mi puoi uccidere.
Dal riposo e dal sonno, mere immagini
di te, vivo piacere, dunque da te maggiore,
si genera. E più presto se ne vanno con te
i migliori tra noi, pace alle loro ossa,
liberazione dell’anima. Tu, schiava
della sorte, del caso, dei re, dei disperati,
hai casa col veleno, la malattia, la guerra,
e il papavero e il filtro ci fan dormire anch’essi
meglio del tuo fendente. Perché dunque ti gonfi?
Un breve sonno e ci destiamo eterni.
Non vi sarà più morte. E tu, morte, morrai.”