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“Chi ama risorge, fin da ora. Gesù indica la via”

Pubblichiamo un articolo a firma Matteo Canestrari, uscito sul giornale Voce della Vallesina.

CUPRAMONTANA: INCONTRO CON DON PAOLO SCQUIZZATO A CONCLUSIONE DEI CORSI BIBLICI GUIDATI DA DON CORRADO MAGNANI

“Chi ama risorge, fin da ora. Gesù indica la via”

“Non siamo nati perfetti, siamo deboli, fragili. Ma siamo in trasformazione, stiamo spiccando il volo. Dio è l’amore che attrae, come la luce che attrae il fiore per portarlo a pienezza”. Questo il messaggio di don Paolo Scquizzato della comunità dei sacerdoti del Cottolengo. Nella sua vita si dedica alla predicazione e alla formazione spirituale, in particolare del laicato e dirige la Casa di spiritualità «Mater Unitatis» di Druento (To). Le brevi ma intense parole prima citate sono estratte dal suo intervento di sabato 3 giugno. Nella splendida cornice dell’abbazia del Beato Angelo a Cupramontana si è svolto l’incontro di chiusura dei percorsi di formazione spirituale dei vari gruppi guidati da don Corrado Magnani. Un incontro che ha guidato le circa ottanta persone presenti alla scoperta del volto vero e umano di Dio fornendo spunti di vita e strumenti utili per curare la relazione con Lui attraverso la preghiera. “Dio è amore che ha un solo desiderio: che giunga alla pienezza di me.” Dio allora è quel genitore, quel padre e quella madre, che ci accompagna per raggiungere la vita piena. Anche se non mancano tempeste, onde e vento forte. Citando un commento di Ermes Ronchi al Vangelo di Marco (Mc 4,35-41), don Paolo ci ha permesso di accogliere un Dio che non è fuori, ma dentro il mondo. «Dio non è altrove e non dorme. È già qui, sta nelle braccia degli uomini, forti sui remi; sta nella presa sicura del timoniere; è nelle mani che svuotano l’acqua che allaga la barca; negli occhi che scrutano la riva, nell’ansia che anticipa la luce dell’aurora. Dio è presente, ma a modo suo; vuole salvarmi, ma lo fa chiedendomi di mettere in campo tutte le mie capacità, tutta la forza del cuore e dell’intelligenza. Non interviene al posto mio, ma insieme a me; non mi esenta dalla traversata, ma mi accompagna nell’oscurità. Non mi custodisce dalla paura, ma nella paura. Così come non ha salvato Gesù dalla croce, ma nella croce. L’intera nostra esistenza può essere descritta come una traversata pericolosa, un passare all’altra riva,quella della vita adulta,

responsabile, buona. Dio risponde chiamandomi alla perseveranza, moltiplicandomi le energie; la sua risposta è tanta forza quanta ne serve per il primo colpo di remo. E ad ogni colpo lui la rinnoverà. Non ti importa che moriamo? La risposta, senza parole, è raccontata dai gesti: mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante. Mi importano i passeri del cielo e tu vali più di molti passeri, mi importano i gigli del campo e tu sei più bello di loro. Tu mi importi al punto che ti ho contato i capelli in capo e tutta la paura che porti nel cuore. E sono qui. A farmi argine e confine alla tua paura. Sono qui nel riflesso più profondo delle tue lacrime, come mano forte sulla tua, inizio d’approdo sicuro.» L’amore ti accompagna e, a forza di amarti, di starti accanto in maniera amorevole, suscita in te il desiderio di diventare migliore, di compierti. Suscita in te il desiderio di sbocciare. In questa visione, Gesù indica la via per poter sbocciare. In fondo, fare del nostro cammino una vita piena significa seguire la via del Vangelo, dell’amore, della carità, del perdono, della giustizia. Essere cristiani alloranon è credere in qualcosa, ma in qualcuno: Gesù di Nazaret. Credere vuol dire affidarsi, lasciarsi guidare dalle Sue parole per continuare la sua opera mettendosi all’ascolto e al servizio dei deboli, dei fragili, dei fratelli: “Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 35-36).

Cosa ci lascia tutto questo?

La consapevolezza che seguire questo cammino di amore, seppur a volte faticoso, può far cambiare il nostro sguardo sulla vita. Perché siamo chiamati a risorgere fin da ora, in qualsiasi periferia esistenziale ci troviamo.

Perché chi ama risorge.

Fede vs ragione

Nell’ultimo numero di MicroMega, è comparso un articolo dal titolo ‘Le parole della laicità. Umiltà’ a firma di Edoardo Lombardi Vallauri. Un testo che merita di essere letto, che non ha bisogno di commenti e che aiuta a ripensare quel vocabolario della fede che una certa Chiesa s’ostina a perpetuare e che è lontana anni luce dal sentire della gente, ma soprattutto dall’intelligenza. Perché la fede non può essere un insulto alla ragione, semplicemente perché ciò che la ragione nega il cuore non può adorare.

Il catechismo esiste ancora. Nelle parrocchie italiane, decine di migliaia di bambini ricevono ammaestramenti cattolici per accedere alla prima comunione e poi alla cresima. Le loro menti plasmabili e fiduciose accolgono idee che essi identificheranno lungamente con la parte più intima della loro anima, e che gli costerà molto abbandonare (se ci proveranno).

Molte di queste idee sono così difficili da mandar giù, che è indispensabile somministrarle quando le persone sono ancora bambine. Ma qualche ragazzino meno fiducioso, o forse solo impertinente, talvolta finisce per domandare (magari con parole più semplici): “ma come è possibile che Dio sia uno e trino? Se è uno non è trino, e se è trino non può essere uno!” Oppure: “Gesù era vero uomo e vero Dio: come faceva? Se era Dio, pur essendo uomo, era completamente diverso da tutti gli altri uomini. Altro che condividere in tutto fuorché nel peccato la nostra natura umana! Per esempio, non poteva aver paura di cessare completamente di esistere, perché Dio è immortale… e conosceva la risposta a tutte le domande su cui noi brancoliamo nel buio… Quindi dire che era vero uomo è almeno… impreciso!”.

Oppure ancora: “Cosa vuol dire che nasciamo col peccato originale? Perché chiamiamo “peccato” e pensiamo che possa condannarci all’inferno, qualcosa che non abbiamo fatto esistere noi, ma Adamo (che non sono io) e Dio (che è tanto buono)? Come possiamo essere peccatori senza avere ancora né fatto né pensato niente? Che senso ha dire che il battesimo ci salva da un peccato che non abbiamo commesso?”

Oppure: “Ma se Dio è onnipotente, onnisciente e infinitamente buono, perché permette (anzi provoca, in quanto creatore) la sofferenza degli innocenti, le calamità naturali, malattie atroci, e tante altre cose brutte di cui gli uomini non hanno nessuna colpa? Siamo proprio sicuri che Dio è onnipotente e infinitamente buono? Non è come se… si vantasse un po’ troppo?”

Si potrebbe continuare a lungo con esempi del genere, perché la fede cristiana propone di accettare per vere molte cose che contraddicono apertamente la ragione. Il sacerdote o il catechista intellettualmente onesto viene messo profondamente in crisi da questioni del genere, naturalmente ben prima che gliele ponga qualche ragazzino. Ma spesso, quando esplicite domande lo mettono nell’angolo, di fatto si rifugerà in una collaudata risposta più o meno così: dobbiamo essere più umili, non dobbiamo pretendere di capire tutto con i nostri criteri di giudizio; dobbiamo affidarci al Signore, accettare il profondo mistero della natura di Dio (vedi uno e trino) anche se non lo capiamo, avere fiducia nel suo immenso e misterioso amore anche se sfugge alla nostra comprensione (vedi terremoti, cancri eccetera)”.

Questo richiamo all’umiltà piega la parola a un senso falso, e piuttosto disonesto. Infatti l’atteggiamento che viene proposto (la fede nell’irragionevole) è di gran lunga meno umile di quello che viene screditato (la logica applicata ai fatti certi). Vediamo perché: esaminiamo prima l’atteggiamento della ragione e poi quello dell’umile “affidarsi”.

L’approccio “ragionevole”, quello che diffida delle contraddizioni, e invece crede ai fatti accertabili e alle conseguenze logicamente deducibili, è intellettualmente impersonale. Chi lo assume non prova a erigere se stesso a criterio per giudicare cosa sia vero e cosa sia falso. Anzi, in questo atteggiamento il criterio per giudicare che cosa sia vero è tutto fuori di me, nei dati empirici e nell’opinione vastamente condivisa sulla qualità dei procedimenti logici adoperati. La natura della logica e del modo di procedere razionale sta proprio nell’essere intersoggettivi, condivisibili, accettabili da tutti. Nessuno, se non per metafora, può parlare della “sua logica personale”. Ancor meno, qualcuno può descrivere dei fatti oggettivi come “suoi”. I veri fatti, per definizione, sono indipendenti dal parere mio e di chiunque altro. Insomma, chi giudica della verità partendo dai fatti verificabili e traendone solo conseguenze logiche, chi si insospettisce di fronte alle contraddizioni tra fatti asseriti o tra princìpi, si comporta in modo umile, perché nella valutazione non inserisce le sue preferenze personali: si limita a constatare che qualcosa (l’essere sia uno che tre, l’essere sia buono che spietato) si presenta in un modo che contrasta con i criteri che di norma tutti adottano (e che i fatti suffragano) per controllare se qualcosa è vero o falso. Chi giudica con la ragione non si mette in primo piano, non fa di testa sua, non si ritiene più importante di nessun altro, è solo l’umile notaio di oggettive concordanze e discrepanze; o comunque di cose che appaiono concordare o contraddirsi rispetto a un modo di giudicare che non ha inventato lui, ma che l’intera umanità verifica e applica ovunque e in continuazione. Sottomettersi alla logica è come sottomettersi alla legge. La logica è uguale per tutti, e piegarsi ad essa è atto di umiltà.

L’altro atteggiamento consiste nel dire: mettiamo da parte i fatti, e mettiamo da parte anche ogni controllo sulla serietà e affidabilità dei procedimenti che usiamo per ragionare. Fidiamoci piuttosto di quello che dicono questi testi scritti molti secoli fa e raccolti in questo libro. E visto che, come ogni testo, ammettono varie interpretazioni, fidiamoci dell’interpretazione che hanno deciso di darne i padri della tradizione culturale in cui siamo cresciuti noi. O per essere più precisi, non quelli di loro che hanno perso le guerre di religione (gli “eretici”), ma quelli che le hanno vinte e dunque hanno mantenuto fino ad oggi il controllo del magistero della chiesa. In altre parole, scegliamo l’opinione di casa nostra, quella che si tramanda nella nostra contea. Poco importa se è diversa da quella che tramandano altri popoli, e poco importa se contraddice i fatti e la ragione. Insomma, diamoci ragione da soli, senza cercare di sapere se l’abbiamo davvero. Così, sotto l’apparenza di “non pretendere di essere capaci di giudicare con i nostri mezzi” (la ragione), ciò che viene proposto è di “affidarsi” a un altro modo di giudicare. Il quale però risulta meno sobriamente, meno universalmente, e dunque in ultima analisi meno umilmente motivato. Una pura e semplice preferenza, che si concede il lusso di non dare motivazioni, che non si piega a dimostrare le sue eventuali ragioni, ma pretende di essere accettata senza dare spiegazioni. Se questa è umiltà…

Però il richiamo ad essere umili potrebbe anche essere inteso in modo leggermente diverso. Tenendo distinta la chiesa dal ragazzino perplesso, il parroco può dirgli “sii umile, cioè rinuncia a ragionare con la tua testa, e accetta che la tradizione abbia ragionato per te. Non pretendere di fare da solo, e lasciati dire da noi ciò che devi credere. Anzi, spingi la tua umiltà fino ad accettare la prevaricazione intellettuale, cioè fino ad accettare come vero non solo ciò che alla ragione (anche tua) appare vero, ma perfino ciò che ti appare falso”. La chiesa in questo caso è tutto meno che umile, anzi sceglie il ruolo dell’estrema arroganza, cioè quello di chi asserisce e poi pretende di essere creduto senza dare spiegazioni; ma bisogna ammettere che nei confronti del ragazzino questo è davvero un richiamo all’estrema umiltà: “rinuncia alla parte migliore di te stesso e lascia spadroneggiare noi sulla tua coscienza.” Bene, a questo punto il ragazzino potrà sì “credere” ed essere umile, ma per restare umile dovrà costringersi al silenzio e alla sordità. Perché non appena avrà fatto sue le opinioni non motivate della chiesa, se le proporrà a qualcun altro (amici, poi un giorno figli, o allievi), poiché non potrà motivarle sarà colpevole della stessa, estrema, arroganza intellettuale. La cosa è particolarmente grave nei confronti dei figli. “Passargli”, invece che la rettitudine di giudizio, la propria fede, significa infilare nella loro vita qualcosa che trova la sua motivazione solo nella nostra biografia.

E non appena il nostro ragazzo/uomo che è stato bambino al catechismo, ascoltando qualche idea diversa, la scarterà senza giudicarla con criteri onesti, ma preferirà semplicemente le idee che ha contratte nell’infanzia, anziché umile sarà superbo. Peggio ancora se orienterà il suo voto politico o referendario a favore di leggi basate su queste idee. “Siate umili” finirà per significare: “non cercate personalmente la verità, ma prendete quella che abbiamo scelto noi per voi; e dopo che noi vi avremo indottrinati, restate fermamente persuasi di essere i depositari della verità. Non vi lasciate deviare dai fatti concreti, né da ragionamenti corretti; siate forti e assoluti nell’anteporre la nostra/vostra visione di che cosa è Vero e che cosa è Giusto, e se vi riesce fatela prevalere imponendone le conseguenze a tutti.”

E allora, l’umiltà non è più una virtù.

Gli uomini di Chiesa esperti di cose di famiglia?

È perlomeno curioso che, pressoché dall’inizio, la Chiesa gerarchica si è sempre sentita autorizzata ad intervenire, insegnare, proibire e costringere su temi quali famiglia, matrimonio, etica sessuale, omosessualità, ecc. Dico curioso perché, essendo costituita esclusivamente da maschi non sposati, dovrebbe parlarne con l’umiltà di riconoscersi almeno inadeguata.

«Una Chiesa dove ci sono voluti due millenni per ammettere che nel matrimonio oltre la procreazione dei figli è importante anche il mutuo amore dei coniugi (Gaudium et Spes, 50), dovrebbe con tutta umiltà tacere su temi verso i quali non ha ricevuto alcun mandato dal Cristo e che, quando li ha voluti trattare, ha causato tremendi danni». […] La Chiesa dovrebbe «tornare alle sorgenti cristalline della Scrittura, troppo spesso ignorata o strumentalizzata per essere di supporto a strampalate dottrine tanto assurde quanto disumane (come quella di imporre ai divorziati risposati di vivere come fratello e sorella). La conversione della Chiesa al Vangelo di Gesù farebbe emergere che il problema, così aspramente dibattuto, della comunione da concedere ai divorziati risposati, semplicemente non esiste. La difficoltà non riguarda infatti il secondo matrimonio, ma il significato stesso dell’eucaristia. Nei vangeli appare chiaramente che l’eucaristia non è un premio concesso a quanti lo meritano, ma un dono per i bisogni delle persone: meriti non tutti li possono avere, ma tutti sono bisognosi. Gesù ha cercato di far comprendere ai duri teologi del suo tempo che la medicina e il medico sono per i malati e non per i sani, e che non occorre purificarsi per accogliere il Signore, ma è accoglierlo nella propria vita quel che purifica.

Altro tema scottante, finora sempre evitato, è quello delle unioni omosessuali. Su questo argomento era più logico e comprensibile l’atteggiamento della Chiesa pre-conciliare: gli omosessuali erano tutti peccatori e quando morivano finivano all’inferno per omnia sæcula sæculorum. Le cose si sono complicate con la morale post-conciliare: no, non sono peccatori per il fatto di essere omosessuali, ma per il manifestarlo (come dire a una pianta che può crescere, ma non può fiorire). La soluzione? Anche in questo caso la castità (gira e rigira si finisce sempre lì, sui genitali). La castità, scelta che la Chiesa riconosce essere un carisma, ovvero un dono del Signore per quanti liberamente e volontariamente la scelgono, diventa un obbligo imposto. Il rifiuto dell’omosessualità si basa sul fatto che nella Bibbia si legge che Dio maschio e femmina li creò (Gen 1,27). Nessuno mette in dubbio quest’ asserzione: gli omosessuali non sono un altro sesso, bensì maschi e femmine che orientano la propria affettività su persone dello stesso sesso. I mali della società non sono causati da chi si ama, ma da chi si detesta.

Nel documento del Sinodo appena concluso, si ripropone l’impianto della famiglia tradizionale e si legge che “circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, il Sinodo ritiene che non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. C’è da chiedersi dove si trovi questo disegno di Dio. Non certo in Gesù e il suo messaggio, unica espressione della volontà divina. Paradossalmente l’unica volta che nei Vangeli compare il termine disegno è proprio per accusare farisei e dottori della legge che “hanno reso vano per loro il disegno di Dio” (Lc 7,30), quei dottori della legge che impongono pesanti pesi sulle spalle delle persone e non vogliono aiutarli neanche con un dito (Lc 11,46).

Gesù ha uno sguardo molto critico sul matrimonio e la famiglia patriarcale, e il suo insegnamento non serve per consolidare questa istituzione ma per demolirla. Gesù viene da un’esperienza difficile e traumatica dei rapporti con i suoi che sono stati all’insegna dell’incomprensione: “Neppure i suoi fratelli credevano in lui” (Gv 7,5). Gesù ha constatato con amarezza che “un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” (Mc 6,4), e l’unica volta in cui si rivolge alla madre, nel vangelo di Luca, è per rimproverarla, ricordandole che Giuseppe non è suo padre: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,48-49).

Il matrimonio era una tappa obbligatoria per ogni maschio ebreo giunto all’età di diciotto anni. Gesù non si sposa, trasgredendo così “il disegno di Dio sulla famiglia” (“Siate fecondi e moltiplicatevi”, Gen 1,28), incorrendo nella maledizione divina: “L’ebreo senza moglie è rifiutato dal Cielo” (Pes. B. 113°).

Gesù con il suo comportamento è la vergogna del clan famigliare che decide, madre compresa, di andarlo a catturare perché ritenuto “fuori di testa”. E sarà in occasione della tentata cattura che Gesù prenderà chiaramente le distanze dalla famiglia naturale, quella legata dai vincoli del sangue: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo attorno, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,21.31-35). Poi nel suo insegnamento Gesù arriva a dichiarazioni estreme che scalzano dalle radici il solido e consacrato impianto dell’istituzione famigliare. Gesù giunge a dire che “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,25), e in un crescendo demolitore di quel che resta della famiglia, invita i suoi discepoli ad abbandonarla, assicurando loro che non sarà una perdita bensì un guadagno: “In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente” (Lc 18,29-30). Gesù dichiara che lui non è venuto per mantenere unita la famiglia ma per dividerla: “Sono venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera, e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa…” (Mt 10,35).

Sì, sarà meglio evitare di parlare di “disegno di Dio sulla famiglia…» (Alberto Maggi).

‘Uomini e Profeti’ in onda su Radio 3

Sabato scorso ho partecipato alla trasmissione ‘Uomini e Profeti’ in onda su Radio 3, e condotto dal bravo Davide Assael. Si è trattato il tema del fanatismo, analizzato in alcune sue espressioni. Tre sono stati gli interventi: Amos Oz, Nuccio Ordine e il mio (dal min 31.30).
Qui di seguito il link per chi fosse interessato.
Buon ascolto!

http://www.raiplayradio.it/audio/2018/02/UOMINI-E-PROFETI—quot-Dove-si-annida-il-fanatismo-quot-100dc7c8-2fe3-4a15-be30-4f4bd5285c81.html

Gesù per i non-religiosi

Nel 2007, l’editore HarperCollins Publisher di New York, pubblica Jesus for the non-religious, che verrà in seguito, nel 2012, tradotto in italiano col titolo Gesù per i non-religiosi, Massari Editore.

L’autore è John Spong, vescovo episcopaliano, e fine teologo.

Il libro s’inserisce a pieno titolo in quel percorso biblico-teologico, fortunatamente presente e diffuso, intento a liberare Gesù di Nazareth dalla prigione della religione e dalla costruzione mitologica in cui è stato ingessato per secoli. Spong «cerca di rimuovere le incrostazioni superstiziose che si sono attaccate a questa incredibile persona, come essere nato da una vergine a Betlemme, avere compiuto miracoli e soprattutto, essere risorto fisicamente dai morti» (dalla quarta di copertina). Il tentativo dell’autore è quello di restituire un Gesù della storia che ha rivelato la divinità attraverso la sua altissima umanità e proprio per questo può essere ancora oggi una guida, una figura umana viva e vivificante, significativa per il nostro cammino umano in questo mondo contemporaneo.

Un libro per tutti coloro che sentono il desiderio profondo e irrinunciabile di crescere in una fede adulta e responsabile, non più intesa come mero ‘credere’ a preposizioni dettate dall’alto, ma come impegno a pensare e rielaborare personalmente i dati della fede cristiana. Un libro secondo me importante, soprattutto nella seconda parte, in cui Spong tenta di recuperare le immagini originali di Gesù, dopo una prima parte tutta intenta a separare il Gesù umano dall’incrostazione del mito.

Riporto di seguito l’incipit del libro:

Ah, Gesù! Dove sei andato? Quando ti abbiamo perso? Fu quando diventammo così certi di possederti che perseguitammo gli ebrei, scomunicammo gli scettici, bruciammo gli eretici, e usammo violenza e guerra per ottenere la conversione? Fu quando le nostre concezioni del primo secolo si sono scontrate con lo sviluppo del sapere? O quando gli studiosi biblici ci dissero che la Bibbia non sostiene davvero ciò che un tempo credevamo? O quando vedemmo i tuoi seguaci infierire sulla gente con sensi di colpa, paura, bigotteria, intolleranza, collera? Fu quando notammo che molti che ti chiamavano Signore e che leggevano regolarmente le loro Bibbie praticavano anche la schiavitù, difendevano la segregazione razziale, approvavano i linciaggi, abusavano dei bambini, umiliavano le donne e odiavano gli omosessuali? Fu quando capimmo che il Gesù che ha promesso una vita felice non poteva essere fonte di odio verso se stessi, o qualcuno che ci spinge a umiliarci nel pentimento distruttore della vita? Fu quando capimmo che servire te avrebbe richiesto l’abbandono dei pregiudizi costruttori di sicurezze che camuffano le nostre dolci infermità?

Noi ancora ci struggiamo per te, Gesù, ma non sappiamo più dove cercare la tua presenza. Dobbiamo cercarti in chiese che praticano la certezza? O forse ti nascondi nelle chiese che temono così tanto le controversie da fare dell’«unità» un idolo, e sono così poco tolleranti da morire di noia? Potremmo mai trovarti in quelle chiese che hanno rifiutato i deboli, gli emarginati, i ‘lebbrosi’ e i samaritani del nostro tempo, quelli che hai chiamato nostri fratelli e sorelle? O dobbiamo ora cercarti fuori degli ambienti ecclesiastici, dove l’amore e la cortesia non attendono ricompensa, dove le domande sono considerate come le espressioni più profonde della fede? È persino possibile, Gesù, che noi cristiani siamo gli infami che ti hanno ucciso? Che ti soffochiamo sotto la lettera delle Bibbie, professioni di fede superate, dottrine incongrue, e strutture morenti? Se queste cose sono la causa della tua scomparsa, Gesù, significa che riapparirai se esse verranno rimosse? Ciò porterà alla risurrezione? Oppure, come ora alcuni sostengono, non fosti niente più che un’illusione? Seppellendoti e infierendo stavamo forse solo proteggendo noi stessi dal dover affrontare tale consapevolezza?

Io cerco ancora di possedere ciò che credo tu sia, Gesù: accesso e incarnazione della fonte della vita, della fonte dell’amore, del fondamento dell’essere, porta d’ingresso al mistero della santità. È attraverso quella porta che io desidero camminare. È là che m’incontrerai? Mi sfiderai, mi guiderai, mi metterai alla prova, rivelerai la tua verità a me e in me? Alla fine, Gesù, al temine di questo viaggio, mi accoglierai all’interno di quella realtà ultima che io chiamo Dio nella quale io vivo, mi muovo e ho il mio essere?

Siate attenti in ogni istante all’ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea

«Tutto può essere usato come invito alla meditazione. Un sorriso, un volto nella metropolitana, la vista di un piccolo fiore che spunta da una crepa nel marciapiede, una cascata di splendide stoffe in una vetrina, il sole che illumina i vasi di fiori sul davanzale. Siate pronti a cogliere ogni segno di bellezza e di grazia. Trasformate in offerta ogni gioia, siate attenti in ogni istante all’’ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea’ (Rilke). A poco a poco diventerete i signori della beatitudine, gli alchimisti della vostra gioia; avrete sempre sotto mano ogni sorta di rimedio per elevare, allietare, illuminare e ispirare ogni respiro, ogni movimento. Com’è un grande praticante spirituale? È una persona che vive costantemente in presenza di ciò che è davvero, una persona che ha scoperto le fonti da cui può continuamente trarre profonda ispirazione. Come scrive un autore inglese contemporaneo, Lewis Thompson: “Cristo, poeta insuperabile, visse la verità con tale passione che ogni suo gesto, a un tempo puro atto e perfetto simbolo, incarna il trascendente’.
Incarnare il trascendente è la ragione per cui siamo qui» (Sogyal Rimpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire, Ubaldini Editore)

Dio con noi allora vuol dire Dio in noi

«L’incarnazione della Parola può essere assimilata alla caduta del seme nel solco. E inizia nel profondo un’opera di reciproca trasformazione. La terra fa germinare il seme, il seme vivifica la terra ed essa fiorisce per il germe che la abita e che la rende vivente. Così la Parola cade in noi, che siamo terra vivente, e ci trasforma, fa salire la coscienza che l’accoglie in una forma di vita più vasta, ci fa partecipare a tutta la vastità dell’Essere, dandoci il ‘potere di diventare figli di Dio’ (Gv 1, 12). Dio con noi allora vuol dire Dio in noi. L’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue».

Aiutati dalle parole di Giovanni Vannucci, presbitero e teologo italiano (1913 – 1984), cari auguri di Buon Natale!

don Paolo e collaboratori