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La correzione 

«C’era un uomo, che aveva inventato l’arte di accendere il fuoco. Prese i suoi attrezzi e si recò presso una tribù del nord, dove faceva molto freddo. Insegnò a quella gente ad accendere il fuoco. La tribù era molto interessata. L’uomo mostrò loro gli usi per i quali potevano sfruttare il fuoco – cuore il cibo, tenersi caldi, ecc. . quelle persone erano molto grate all’uomo per quanto era stato loro insegnato sull’arte del fuoco, ma prima che potessero esprimergli la propria gratitudine, egli era scomparso. Non gli importava ricevere il loro riconoscimento o la loro gratitudine: gli importava il loro benessere. Si recò in un’altra tribù, dove nuovamente iniziò a dimostrare il valore della sua invenzione. Anche quelle persone erano interessate, un po’ troppo però, per i gusti dei loro sacerdoti, che iniziarono a notare che quell’uomo attirava la gente, mentre essi stavano perdendo popolarità. Così, decisero di liberarsene. Lo avvelenarono – o lo crocifissero. Ora, però temevano che la gente si rivoltasse contro di loro, e così fecero una cosa molto saggia, persino astuta. Fecero eseguire un ritratto dell’uomo e lo montarono sull’altare principale del tempio. Gli strumenti per accendere il fuoco furono sistemati davanti al ritratto, e la gente fu invitata a venerare il ritratto e gli strumenti del fuoco, cosa che fece ubbidientemente per secoli. L’adorazione e il culto continuarono, ma non fu mai usato il fuoco». (E. De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo).

Dopo duemila anni di cristianesimo, la situazione oggi mi pare questa. Una religione che venera immagini, che tributa onori alla divinità con Messe, riti e culti. Che continua a confondere fede con sacramenti.

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!», dice Gesù (Lc 12, 49).

Ci è rimasta la religione, ma il fuoco che Gesù è venuto ad accendere pare essere inesorabilmente spento. E moriamo di freddo, dentro le nostre anguste e tristi chiese.

Quanto aveva ragione il cardinale Grande Inquisitore nel suo monologo delirante dinanzi al Gesù tornato sulla terra nel pieno dell’Inquisizione spagnola: «Signore, noi abbiamo corretto la tua opera fondandola sul miracolo, il mistero e l’autorità» (Dostoevskij, I fratelli Karamazov).

Abbiamo corretto la sua opera, il suo sogno, la sua missione. Al centro del cristianesimo vige il sistema, l’autorità, le regole, la morale, tutte cose che hanno offuscato l’unica realtà che è in grado di dare vita, il fuoco dell’amore che Gesù venne ad accendere.

Se l’adorazione, l’eucaristia, il culto, il rito non sono strumenti per accendere il fuoco sulla terra, a cosa servono?

Abbiamo confuso lo strumento con il fine, il necessario con l’essenziale, il dito che indica la luna con la luna stessa. La religione con Dio. Ma se il rapporto con Dio, se Dio stesso non serve ad infiammare, incendiare una vita, a cosa serve?

Un divino cui non corrisponda una fioritura dell’umano non merita che ad esso ci dedichiamo. Non ci interessa un divino che non faccia fiorire l’umano” (D. Bonhoeffer).