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Padre nostro… che sei nei cieli

 

Cosa intendiamo quando diciamo “nei cieli?”. Dove abita Dio?

Silesius, mistico tedesco del seicento scrive: “Fermati, dove corri? Il cielo è dentro di te! Se cerchi Dio altrove, lo perdi sempre di più”.

Con l’incarnazione è successo qualcosa di grande: si sono capovolte le prospettive. La carne dell’uomo è divenuta il cielo di Dio. Ora ogni pugno di carne è cielo di Dio.

L’unico luogo dove sta di casa Dio, è l’uomo. Io sono il cielo di Dio; i poveri – massimamente – sono il cielo di Dio.

Se vogliamo incontrare Dio non dobbiamo alzare gli occhi al cielo, dobbiamo prenderci cura delle carni. Dobbiamo cominciare ad entrare dentro noi stessi.

Se vogliamo incontrare il nostro Dio, non occorre più salire al cielo, tentando improbabili scalate ascetiche, ma prenderci cura del fratello che è caduto all’inferno.

Stiamo attenti. Dire “che sei nei cieli” vuol dire che mi è intimissimo ma al contempo indisponibile. Dio è sempre oltre ogni mio pensiero, immaginazione e idea!

Nostro

Non è un aggettivo possessivo, bensì relazionale.

I cristiani non sono quelli che credono di avere un Dio tutto per loro! ‘Dio è nostro’, gli altri si arrangino…

Non vuol dire identificarsi con una verità, ponendo di fatto gli altri al di fuori di essa.

Dire nostro vuol dire che Dio è Padre di tutti gli uomini, ma proprio tutti! Anche del malvagio, anche di colui che io odio. «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 44s.). Dire nostro vuol dire quindi percepire che sotto questo unico cielo, io e mio fratello siamo tutti scaldati dal medesimo sole, e bagnati dalla medesima pioggia di grazia del medesimo Dio.

È importante che la preghiera non cominci con “Padre mio che sei nei cieli…”. 

Dio non è mio, ma nostro. Non si può dire Padre se non prima di dire fratello. 

Come si fa a non riconoscere l’altro, e poi pregare Dio chiamandolo ‘nostro’? Non è forse anche il Dio dei poveri, dei carcerati, dei profughi, degli immigrati, dei rom? Non è lo stesso Dio che ama tutti alla stessa maniera?

Chi non riconosce l’altro come fratello, non può pronunciare la parola Padre!

La fraternità, la comunione è il luogo della presenza di Dio: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi» (1Gv 4, 12).

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?»”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”» (Mt 7, 22-23; Mt 25, 11; Lc 6, 46). E l’iniquità si compie solo ai danni dei fratelli.

La luce per vedere e riconoscere Dio ci proviene dall’illuminare i fratelli.