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Padre

Il Vangelo non ricorda ciò che io-devo-fare-per-Dio, ma piuttosto ciò che Dio è e ciò che fa per me. Il Vangelo rivela la sua e la nostra verità. Ecco, il Padre nostro è in questo senso un concentrato di Vangelo, proclama la sua e la nostra verità: Tu sei l’Amore che ha cura di me (Padre), io sono l’amato che ricevo il tuo amore (figlio).

L’incipit del Padre nostro, ci insegna una cosa importante: la preghiera nasce dalla vita.

Gesù sulla croce dirà: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (ossia la vita, (Lc 23, 46). Gesù comprende, si abbandona a Dio come Padre, nel momento più drammatico della sua vita, momento in cui la prospettiva è solo quella di una morte infamante e dolorosa. Nel momento dell’abbandono! «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46; Mc 15, 34). 

È curioso notare come l’unica volta che torna la parola Abbà-Padre, papà, in bocca a Gesù è proprio nel giardino del Getsemani (Mc 14, 36): «E diceva: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”» (cfr. Rm 8, 15; Gal 4, 6).

A dire Padre, s’impara con la vita. La consapevolezza che Dio è padre cresce col crescere della nostra vita.

«Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”» (Ger 31, 34).

Impareremo chi è Dio per noi, solo nel momento più drammatico della nostra vita. Invocarlo come Padre buono, papà provvidente, roccia e baluardo quando tutto va bene… lascia un po’ il tempo che trova. Chi sarà Dio per noi nel momento più drammatico della nostra vita? Quando percepiremo di essere da lui abbandonati?

Aver fede in Dio, significherà perciò accettare di restargli fedeli, costi quel che costi, perché riconosciutolo come Padre, e il Padre non abbandona i suoi figli.

Perciò Dio non sarà da pregare perché risolva, ci tolga dalle nostre situazioni drammatiche, ma perché si è riconosciuto Dio come l’Amore, il Presente, il Dio-con-noi, Padre appunto, che abita la mia situazione drammatica, anche quella che si presenta come un abbandono.

La preghiera come apertura all’imprevisto 

La preghiera è questione di attenzione, o se vogliamo, di consapevolezza. La preghiera rende noi esseri distratti – letteralmente tirati un po’ di qua e un po’ di là e quindi mai seriamente al centro delle cose – attenti a ciò che si vive, presenti al reale, al qui ed ora, per scorgervi dentro la Presenza. Che sia un incontro, uno sguardo, le stelle, il bere ad una sorgente, tutto ciò che ci succede per caso, può divenire teofania, luogo di incontro col divino, perché in ultima analisi, “il caso, è Dio che passeggia in incognito” (Albert Einstein).

La preghiera diviene così, l’antidoto più potente contro una vita distratta, banale e superficiale.

Per cui, va da sé, che per scorgere Dio all’opera, o se vogliamo ‘fare la –cosiddetta- volontà di Dio’, occorre vivere una fedeltà non tanto a Dio, ma a noi stessi, agli avvenimenti che ci capitano, obbedienti alla storia. Dio si rivela lì! Dio non scavalca l’umano. Occorre diventare fedeli alla nostra umanità più profonda, non tradirla mai.

Rischiamo di vivere tra rimpianti e rimorsi, lacerati cioè tra l’ avrei dovuto, e l’avrei potuto.

Dio non chiede di cancellare nulla del nostro passato, ma di scorgere in esso la sua presenza. Non annulliamoci, Dio ha fatto tanta fatica a farci crescere! Diciamo piuttosto: “Sì, valeva la pena soffrire, perché alla fine è nato qualcosa di grande, e ho scoperto così un sentiero insospettato che mi conduce alla cima del monte. Ora so che una mano ha preso la mia mano

La preghiera fa essere aperti all’imprevisto, perché il previsto lo conosciamo già. Cosa attendiamo se non l’inaspettato? Se ci aspettassimo ciò che ci aspettiamo, perché viviamo? La vita sarebbe solo consuetudine, visione di cose già viste, una ripetizione che porta alla noia per dirla con Moravia, o alla nausea per dirla con Sartre. La preghiera è evento di stupore: sorprendersi per una visita inattesa.

La preghiera non facilita la vita

La preghiera non facilita la vita. 

Non si prega perché le cose vadano meglio, perché la realtà cambi, ma perché l’energia con cui s’è entrati in contatto attraverso la preghiera, possa cambiare la modalità con cui s’affronta la realtà. La vita è e sarà sempre la medesima, e più delle volte ha un corso tale per cui non possiamo farci nulla, ma la differenza sostanziale sta nel modo in cui la vivo, l’affronto, la interpreto.

Anche Gesù ha vissuto la tentazione di pensare che pregando, le cose potessero andare un po’ diversamente. Ma il suo pregare, tra l’altro così intenso da versare sangue, non ha prodotto una mutazione della realtà, bensì l’accostarsi di un angelo (simbolo dell’azione di Dio) col compito di confortarlo, di infondergli la consapevolezza che l’ultima parola non sarebbe stata la morte, ma una compagnia più forte della morte stessa: «”Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo» (Lc 22, 42s.).

Andare oltre…

Chi è capace di preghiera, non smonta le cose, ma rimane in attesa perché si aprano da se stesse. L’uomo di preghiera attende che le cose, la realtà, i cuori sboccino… Non fa violenza.

L’erba tirata non cresce prima, si strappa.

La preghiera permette al mistero, insito in ogni cosa, di emergere, di rivelarsi. Coi suoi tempi.

L’uomo di preghiera è «come un bambino che grida la propria fame, anche se qualcuno gli dice che non c’è pane!» (Simone Weil).

La preghiera è questa tensione irrinunciabile nell’andare oltre; perché la realtà non ci è sufficiente, non basta.

Il suicida è forse lì a ricordarci che questo mondo così com’è non è sufficiente. E il suicidio è proprio l’ultima preghiera dell’uomo assetato, al quale questa vita non è più sufficiente per dissetarlo.

La preghiera non è un domandare per avere, ma un aprirsi per essere.

Entrati in contatto con l’energia, il fuoco, la luce, lo spirito, veniamo trasfigurati.

Diventare luce…

Lo specchio si frantumò in miriadi di frammenti, ciascuno dei quali non perse la capacità di riflettere il Sole.

«La luna intera e l’intero cielo sono riflessi

in una goccia di rugiada nell’erba.

La profondità della goccia è l’altezza della luna» (Charles Wright).

Ogni frammento riflette interamente il sole. L’io di ogni uomo è un frammento dell’Io sono, cosciente di Cristo: «Siate in me come Io sono nel Padre» (Gv 17, 21).

La preghiera è questa trasfigurazione del nostro essere in Dio, è diventare luce, è riflettere sul mondo la sua Luce. Non è tanto domandare. Se domandiamo è perché viviamo ancora nel mondo della dualizzazione. Dio vive in noi, noi siamo in Dio, ci muoviamo in lui. Cosa possiamo domandare? La dualità dice: io sono qui e tu sei là. Per cui ti chiedo che tu mi raggiunga, che tu faccia qualcosa per me. Ma se io sono in te e tu in me, siamo ormai nella stessa medesima volontà.

Breve pensiero sulla preghiera

 

Cosa vuol dire pregare? Cos’è la preghiera?

Pregare non è dire preghiere.

Una cosa è dire preghiere, un’altra pregare. Infatti la preghiera occorre guardarla dal punto di vista di Dio. Dobbiamo cioè rinunciare al protagonismo dell’uomo quando si parla di preghiera.

La preghiera è anzitutto azione di Dio.

Dall’evento dell’incarnazione, riguardo la preghiera, si sono capovolte le parti. Non più l’uomo che intenta l’ascesa al cielo, ma accoglienza dell’azione di Dio nell’uomo. Col suo farsi carne Dio s’è piegato sulla terra, e l’uomo manifesta semplicemente la sua grandezza nell’offrire la sua attesa e la sua capacità di accoglienza, dando così corpo alla fecondità di Dio nel mondo.