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Sfasciami il cuore, o Dio

“Cristo, mia dolce rovina
Impossibile amarti
Impunemente”
(Turoldo)

Se si fa esperienza di Cristo, ossia col Dio Amore, se si cade nel suo abbraccio di fuoco, si rimane segnati. Non si può continuare ad essere ciò che s’era un attimo prima. Si viene distrutti, rovinati, e ricostruiti. «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione »  (Lc 2, 34), dice il vecchio Simeone di Gesù.

Sfasciami il cuore, Dio di tre persone,
che finora hai bussato, bisbigliato,
fatto luce e cercato di correggermi:
se vuoi che m’alzi e resti in piedi, abbattimi,
spezzami, bruciami, e rifammi nuovo.
Come città usurpata, a un altro debita,
brigo per farti entrare, inutilmente:
la ragione, che in me è il tuo viceré,
e dovrebbe aiutarmi, è prigioniera,
e si dimostra debole e fallace.
Eppure t’amo, e vorrei esser riamato,
ma son promesso sposo al tuo nemico:
sciogli, separa, e spezza quel legame di nuovo.
Rapiscimi, imprigionami, perché
o mi fai schiavo o non sarò mai libero,
o mi violenti o non sarò mai casto
” (John Donne, Preghiere teologiche)

Chi ha fatto esperienza di Dio, lo sa. Rimane ferito. Giacobbe ha lottato con l’angelo di Dio, ed è rimasto ‘offeso’, all’articolazione del femore. Da quel momento in poi, rimane zoppicante.

L’amore ha sempre un prezzo da pagare: “Cosa vale un amore che non costi niente?” (Turoldo).

Forse per questo che facciamo così fatica ad immischiarci con storie di vero amore, e ci lasciamo naufragare in storie di affetti, o amori falsi, egoistici. Perché vorrebbe dire uscirne segnati per sempre, avere la vita capovolta, stravolta, come l’irruzione di un bimbo nella vita di coppia.

Impossibile amare Dio e non esserne trasformati.

David Maria Turoldo

Il 6 febbraio si ricorda la morte del grande uomo e poeta David Maria Turoldo, avvenuta nel 1992. Fu un illuminato uomo di Dio e profeta del nostro tempo, e come tutti i profeti osteggiato dalla gerarchia ecclesiastica e rivalutato solo dopo anni dalla morte.

Ne affido il ricordo alle parole profonde e sincere di un suo confratello, Ermes Ronchi.

«Per Turoldo poetare e pregare erano la stessa cosa.

La poesia non cerca di dire Dio, ma di sentire Dio.

Seguendo il lamento di Pascal: io sono stanco di dire Dio, io voglio sentirlo!

Cerco il Dio sensibile al cuore.

Provo ora a delineare alcuni tratti del volto di Cristo come appare dalla sua poesia, a comporre un nome di Dio, ascoltando però un suo monito: sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci sbagliamo su tutto, su te stesso, sul bene e sul male, sull’uomo e sulla storia.

Cristo il cui nome è: ‘gioia’ difficile gioia, miele faticoso.

Inizio con un verso emblematico del cantare di Turoldo:

Cristo, mia dolce rovina

Impossibile amarti

impunemente.

Cristo definito rovina, ma dolce. Con la figura retorica dell’ossimoro, dove si abbracciano due parole contrapposte, che sembrano elidersi e invece si fecondano reciprocamente.

Cristo-rovina: venuto, evangelicamente, a portare la spada e non la pace, il fuoco e non le basse temperature dell’intorpidimento. Cristo che rovina tutto ciò che in me non è bellezza, abbatte chiusure, demolisce maschere e paure, ogni mediocrità, il volare basso, l’omologarsi al pensiero dominante.

Dolce rovina. Come è dolce la rovina della gemma quando si tramuta in fiore, la rovina della notte quando sorge l’alba in abito da sposa, dolce come tutto ciò che nasce, come il bambino interiore che risveglia in noi.

Mia dolce rovina: come fa il fuoco, che è la morte delle cose morte e la loro risurrezione nella luce e nel calore.

Cristo, Forza di trasfigurazione, non solo di trasformazione: ciò che il bruco chiama morte e rovina, tutti gli altri chiamano farfalla.

Amare Cristo è pericoloso… Ma non amare è ancora peggio, è mortale. Pericoloso amare Cristo, perché devi cambiare. Molti chiuderebbero volentieri di nuovo la pietra del sepolcro rotolata via  quel mattino di Pasqua, perché se lui è vivo la mia vita cambia.

Quando la mia è fede e quando semplice religiosità? La sua risposta era: “Vera Fede è quando fai te a misura di Dio, religiosità è quando fai Dio a tua misura”. Così diceva.

Ancora su Cristo:

Sei il fuoco che mi divora/ Sei il mio ininterrotto rimorso /

e insieme sei la mia gioia, la mia folle gioia / la gioia mattinale del mondo

Gioia e tormento / insieme tu sei / figlio di Dio e uomo come noi. /

Impossibile amarti impunemente.

Gioia e tormento: ecco il Gesù degli opposti! Il Gesù che affascina e ferisce, la sua parola come spada e come carezza.

E solo di te godo, paurosa vertigine… Qui appare tutto David, il poeta, il mistico, l’innamorato, il passionale che gode di Dio, che ci insegna il piacere della fede, il piacere della vocazione. E finalmente il racconto di un Dio sentito come godimento, non solo come affanno e ansia e ricerca. Un Dio non da pensare, ma da sentire, da gustare, da godere. L’abbiamo troppo sentito come nemico del piacere. Ma il piacere è un dono di Dio. Tutti i piaceri sono buoni, eccetto una piccola fetta. E lo senti nel cuore quali sono: sono quelli dove non c’è amore.

Cristo come gioia: “la folle gioia mattinale di Pasqua”; e insieme Cristo tormento, incolmabile desiderio:

“tu mi fai ballare come un orso ferito”.

Catturato dentro  la presa di Cristo, che affascina e ferisce, ferito al cuore, Davide canta: Impossibile amarti impunemente, senza pagarne il prezzo in moneta di vita, in moneta di gioia e poi di dolore, i due volti dell’amore (“Cosa vale un amore che non costi niente? Chi ama di più si prepari a soffrire più degli altri”), impossibile amarti  e non essere trasformati.

Dio è fuoco e non si torna indenni dall’incontro con il fuoco.

Dio è luce e non ci si espone impunemente alla luce, senza lasciarsi irradiare, senza raccoglierla in noi e poi rilasciarla goccia a goccia.

Dio è Spirito e il suo Vento non lascia dormire la polvere, sul cuore, sulla mente».