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Del dovere di ricordare

«Mio caro Klaus! Tu sei il più grande. Stai per affacciarti sul mondo. Ora devi trovare la tua strada nella vita. Hai delle buone capacità. Usale! Conserva il tuo buon cuore. Diventa una persona che si lascia guidare soprattutto dal calore e dall’umanità. Impara a pensare e giudicare responsabilmente da solo. Non accettare tutto acriticamente e come assolutamente vero, impara dalla vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che venisse dall’alto senza osare d’avere il minimo dubbio circa la verità che mi veniva presentata. Cammina attraverso la vita con gli occhi aperti. Non diventare unilaterale: esamina i pro ed i contro in ogni argomento. In ogni tua impresa non lasciare parlare solo la tua mente, ma ascolta soprattutto la voce del tuo cuore».

Le struggenti parole appena lette, vengono rivolte da un uomo di nome Rudolf Franz Ferdinand Höß (Höss) al figlio primogenito, poco prima di essere giustiziato.

Höss è stato uno dei peggiori criminali dell’umanità. Gerarca nazista, primo comandante del campo di sterminio di Auschwitz con ingegno e acribia, ideò, progettò e contribuì a rendere quel campo la macchina della morte che ben conosciamo. Nella sua autobiografia si legge:

«Rimasi nel campo di Auschwitz fino al 1º dicembre 1943 e stimo che minimo 2,5 milioni di vittime siano state giustiziate e pertanto avvelenate con il gas e poi bruciate, e un minimo di 500 mila morirono di stenti, per un totale di circa 3 milioni di morti. Questa cifra rappresenta all’incirca il 70 o 80% di tutti i prigionieri che passarono per Auschwitz, i rimanenti venivano selezionati e usati per i lavori delle industrie dei campi di concentramento; includendo la morte di circa 20.000 russi, prigionieri di guerra internati a Auschwitz dagli ufficiali della Wehrmacht.

Le vittime restanti includono circa 10.000 ebrei tedeschi e un gran numero di cittadini, per lo più ebrei, provenienti da Paesi BassiFranciaBelgioPoloniaUngheriaCecoslovacchiaGrecia e da altri paesi. Noi giustiziammo circa 400.000 ebrei ungheresi ad Auschwitz nell’estate del 1944 »

 Poco prima di essere impiccato, il 16 aprile del 1947, scrive le ultime parole al figlio.

Mi domando che cosa sia l’uomo, ma soprattutto che cos’è il cuore dell’uomo? Come dice il salmista, probabilmente un abisso. Un abisso mostruoso.

Quest’uomo incarna perfettamente cosa s’intende quando si parla di ‘diabolico’. È la forza separatrice (diábolos, colui che separa) e che ci portiamo dentro tutti e che tutto separa, distingue, disgiunge. È diabolico provare amore e tenerezza per il proprio figlio, e disintegrare parte di un’umanità, per la sola colpa di essere nata. È diabolico distinguere noi e loro, dentro e fuori, meritevoli e colpevoli.

Il vento del diavolo separatore continua a spirare sulla nostra storia.

E ci salveranno solo cuori integri e unificati, quelli appartenenti a donne e uomini per i quali c’è un solo cuore indiviso, solo figli e fratelli da amare.

«Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari [la popolazione ebraica olandese incattivita dalla persecuzione nazista], e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero [quello tedesco]» (Etty Hillesum, Diario).

 

Siamo in continua rinascita, e la vita è una continua ricreazione

Mi ha sempre impressionato la splendida ‘predica sulla perfetta letizia’ di san Francesco, riportata nei Fioretti e qui di seguito riscritta da Angelo Branduardi come testo di una sua canzone contenuta nel disco ‘Infinitamente piccolo’

“Era il tempo dell’Inverno ormai

E Francesco Perugia lasciò.

Con Leone camminava

Ed un vento freddo li gelava.

E Francesco nel silenzio

Alle spalle di Leone chiamò:

“Può essere santa la tua vita,

sappi che non è letizia,

puoi sanare i ciechi e cacciare i demoni

dare vita ai morti e parole ai muti,

puoi sapere il corso delle stelle,

sappi che non è letizia.

Quando a Santa Maria si arriverà

E la porta non si aprirà,

tormentati dalla fame,

nella pioggia a bagnarci staremo,

sopportare il male senza mormorare,

con pazienza e gioia saper sopportare.

Aver vinto su te stesso

Sappi, questa è letizia”

La perfetta letizia (gioia perfetta o la libertà perfetta), non sta nella positività della vita.

Non deriva dal costatare che le cose della vita vanno bene, ma nella negatività ‘assunta’ con amore, nell’accogliere con spirito di positività le avversità, e ogni tipo di violenza che distrugge le proprie convinzioni, le proprie idee, la propria presunzione.

Questa gioia perfetta o libertà assoluta, scaturisce da un amore così intenso che non solo sopporta, ma abbraccia allegramente la stessa negatività.

È ciò che Edith Stein definì con contemplazione: ‘l’intelligenza che matura sino all’amore, tanto da poter scorgere il bene nel male’. Ella arriverà ad abbracciare il fuoco di Auschwitz che la ucciderà, contemplandovi all’interno Dio stesso all’opera.

L’uomo che giunge a questo punto, è l’uomo che può essere definito autenticamente libero, poiché niente potrà mai minacciarlo. È l’uomo totalmente padrone di sé, trovandosi di fatto in una situazione tale che non è scosso né dal bene né dal male. È l’uomo inalterabile.  

Va da sé che la questione fondamentale della vita, non sarà tanto ciò che viviamo, se bello o brutto, buono o cattivo. Se ragioniamo in questo modo, noi siamo ancora schiavi di noi stessi: accettiamo/amiamo ciò che ci piace, rifiutiamo/odiamo ciò che non ci piace. Accettiamo il bene, evitiamo il male. Ma il problema vero non sta ancora a questo livello, per questo che dobbiamo continuamente crescere come esseri umani e, per chi ha fede, diventare adulti nella fede. Il problema di fondo riguarda ciò che noi chiamiamo desiderio.

Noi ci muoviamo nel mondo desiderando il bene, ossia che le cose vadano come abbiamo immaginato, secondo la nostra percezione di bene, e di contro, desideriamo evitare il male, ossia di ammalarci, di essere odiati, di essere traditi, ecc.

Desideriamo insomma la vita senza negazione, una libertà sempre attuale, una felicità senza limiti, relazioni senza ombre. Infatti la struttura fondamentale del desiderio è l’onnipotenza: non si vuole questo o quello, si vuole tutto!

Ma la realtà – in quanto realtà – ci impone dei limiti. La realtà è limitata, per questo che l’onnipotenza, nella realtà, viene sempre negata. Per questo ci confrontiamo continuamente con frustrazioni e rinunce che obbligano il desiderio all’accettazione, ma proprio per questo si apre di fatto la porta a possibili ascensioni.

Sarà perciò segno di maturità umana – e di fede –  sapere integrare il trauma della morte e delle morti, delle frustrazioni e delle rinunce nell’ordito della vita. La morte verrà detronizzata dal suo status di signora della vita e di ultima parola. In questo modo l’eros – desiderio forte e irrinunciabile di vita – trionferà su thanatos. Ma c’è un prezzo da pagare per questa immortalità: l’accettazione della mortalità della vita. La vita, per essere tale, deve poter essere mortale.

Accettare di morire, frustrare il desiderio empirico e superficiale che vuole vivere eternamente, è condizione perché il desiderio raggiunga la sua verità di vivere eternamente e così trionfare in modo completo. In Francesco questo fu raggiunto in maniera massima.

Nel momento della morte, Francesco fece aggiungere l’ultima strofa del Cantico delle creature: «Laudato si’ mi’Signore, per sora nostra morte corporale…».

La morte per Francesco cessa di essere nemica della vita e si dimostra come passaggio da questo tipo di vita all’altra forma di vita nuova e definitiva – in Dio – perciò immortale e piena.

Francesco è l’uomo che è riuscito ad integrare in maniera altissima il tutto in una unità vitale; nella sua vita fece posto – cortesemente – anche alla morte, divenendo compagna di vita e sorella di viaggio.

Ma cosa significa di fatto, far posto alla morte nella propria vita? Significa accogliere la morte in tutte le sue declinazioni, come, ad esempio, i limiti, gli acciacchi, l’ignoranza, la fragilità fisica e spirituale, le infermità. Per questo Francesco si dimostrava profondamente tollerante con la debolezza umana, propria ed altrui.

La vita non accade nel modo in cui abbiamo scelto, ci viene imposta. La libertà, in quanto tale, è limitata. Noi non facciamo ciò che vogliamo, ma solo ciò che ci è permesso e concesso di momento in momento. La vita ci accade addosso, nella sua uni totalità, col suo bene e il suo male. La questione non è tanto desiderare come possano accadere le cose, perché il desiderio è sempre fonte di frustrazione dato che le cose accadono comunque e il novantanove per cento dei casi diversamente da come le abbiamo desiderate, ma come affrontiamo le cose che accadono. «Lo sguardo sulla vita cambia se comprendiamo che in essa non contano solo i fatti belli o tragici, conta la risposta che sappiamo dare a ciò che accade» (R. Mancini).

Per questo bisogna stare attenti a definire la libertà: essa non coincide con la spontaneità.

La nostra libertà si realizza sempre all’interno di piccoli spazi concessici dalla storia. Occorre essere molto maturi per accettare con serenità e distacco interiore quelle realtà che, oggettivamente, non possiamo modificare. Come essere liberi dunque di fronte a ciò che ci capita senza averlo scelto? Accettandolo con serenità e integrandolo nel proprio cammino. Qui si rivela l’uomo libero. È ciò che gli antichi chiamavano amor fati, l’amore dell’inevitabile, abbracciato senza amarezza e senza servilismo.

Diventeremo noi stessi a seconda della risposta che diamo agli eventi che succedono, se ne diventiamo in qualche modo responsabili dal momento che ci pro-vocano, mettendo in campo tutte le energie positive, luminose che ci portiamo dentro, capaci di trasfigurare il presente: la libertà, il desiderio, l’intelligenza, la fiducia, la speranza, la capacità di volere e di fare il bene.

In questo modo la vita anche se ‘accade’, non ci sovrasta, perché può diventare occasione di rinascita, in un’assunzione di responsabilità.

Siamo in continua rinascita, e la vita è una continua ricreazione. E noi contribuiamo a questa nostra ri-creazione,  mettendo in campo le nostre potenzialità positive, quando contrastiamo il male con il bene, la menzogna con la verità, la disonestà con l’onestà.

Impegnarsi a nascere veramente vuol dir partorire in noi stessi un modo d’essere che trasforma in amore creativo sia gli impulsi interiori, sia gli effetti su di noi degli eventi esterni, positivi o negativi che siano.

Vivere guidati dall’etica dell’attenzione e della cura

“Viviamo vite che non sono nostre, rispondiamo a interrogativi che nessuno ci ha formulato, ci lamentiamo di malattie di cui non soffriamo, aspiriamo a ideali altrui e sogniamo i sogni di altri: non esagero, è così! Quasi tutti i nostri progetti di felicità sono chimerici, le idee che diciamo di accarezzare non sono nostre. Le nostre aspirazioni sono quelle dei nostri genitori e ci innamoriamo addirittura di persone che in realtà non ci piacciono.

Cosa ci ha spinti a soccombere ad una simile impostura?

Perseguo qualcosa che nel fondo non desidero, lotto per qualcosa che mi è indifferente, ho una casa intercambiabile con quella del mio vicino, faccio un viaggio e non vedo nulla, vado in vacanza e non mi riposo, leggo un libro e non lo capisco, ascolto una frase e sono incapace di ripeterla.

Com’è possibile che io non mi commuova davanti a un bisognoso, che non risponda alle domande che mi rivolgono, che io guardi sempre dall’altra parte e non stia dove di fatto mi trovo?

Per questo mi son deciso di alzarmi in piedi e aprire gli occhi. Ho deciso di mangiare e bere con moderazione, dormire il necessario, scrivere solo il necessario a rendere migliori coloro che mi leggeranno, astenermi dalla cupidigia, e non compararmi mai coi miei simili. Ho anche deciso di innaffiare le mie piante e prendermi cura di un animale. Visiterò i malati, converserò con i solitari.

Vivrò dunque guidato dall’etica dell’attenzione e della cura» (Pablo d’Ors, Biografia del silenzio).

L’uomo arde dal desiderio di Assoluto

«Il buon governo, se non è subordinato alla vera Trascendenza, scompare. L’iperpoliticizzazione anticristiana della Rivoluzione francese alla fine ha condotto alla depolicizzazione generalizzata. La cittadinanza chiusa all’Eterno degenera in teatrocazia (Platone). In assenza di quella tensione verso il Cielo che la nobilita, la politica è presto assorbita dall’economia, dalla spettacolarizzazione, dagli interessi particolari, dal culto di Adone o quello di Mammona, e presto si tramuta in tirannide, che può assumere forme diverse fino all’ultima che è la tirannia dei diritti dell’uomo nell’oblio di quelli di Dio, cioè quella di un individuo tiranno di se stesso ridotto a una bestia cinica, cieca e infelice, a una pecora senza pastore. 

L’autorità perde tutta la sua forza nel momento in cui non conduce più alla gioia ultima, perché è di tale gioia che abbiamo bisogno.

Una politica agnostica, che degrada la ragione a mero strumento di calcolo utilitaristico, promuovendo il relativismo morale e l’estetismo mondano, non predispone alla piena realizzazione della persona. L’istruzione pubblica, corrisponde esattamente a un massacro pianificato delle menti. In fin dei conti, poiché l’uomo, nonostante tutto, arde dal desiderio dell’assoluto, e i giovani che essa stessa ha formato non hanno imparato a coltivare questa caccia con giustizia e rigore, essa favorisce un’irruzione dell’irrazionale, con la sua triste sequela di suicidi, sette rimbecillenti e violenze fanatiche. Le nostre scuole, che con la scusa della laicità e della tolleranza ambiscono a mostrarsi irreligiose, si tramutano surrettiziamente in scuole coraniche o buddiste, quando non in seminari del Nulla» (Fabrice Hadjadj, La terra strada del cielo).

La materia non esiste. Tutto è energia

«Il titolo di questo articolo dice una cosa ovvia per chi conosce minimamente la teoria della relatività di Einstein in base a cui materia ed energia sono equivalenti. La materia è energia altamente condensata, energia che può essere liberata, come ha purtroppo dimostrato la bomba atomica. Il cammino della scienza ha seguito, più o meno, questa direzione: dalla materia all’atomo, dall’atomo alle particelle subatomiche, dalle particelle subatomiche ai pacchetti di energia, dai pacchetti di energia alle superstringhe vibranti (la teoria secondo cui tutto ciò che esiste nell’Universo non sarebbe altro che la manifestazione di “energia vibratoria”, ndt), in undici o più dimensioni, rappresentate come musica e colore. Così, un elettrone vibra più o meno 500 trilioni di volte al secondo. La vibrazione produce suono e colore. L’universo sarebbe allora una sinfonia di suoni e colori. Dalle superstringhe si è giunti, infine, all’energia di fondo, al vuoto quantico.

In questo quadro, ricordo sempre una frase pronunciata da Werner Heisenberg, uno dei padri della meccanica quantistica, durante un semestre che ho avuto occasione di seguire all’Università di Monaco, e che mi risuona ancora nelle orecchie: “L’universo non è fatto da cose, ma da reti di energia vibratoria che emergono da qualcosa di ancora più profondo e sottile”. Pertanto, la materia ha perso la sua centralità a favore dell’energia che si organizza in campi e reti.

Cos’è questo “qualcosa di più profondo e sottile” da cui tutto emerge? I fisici quantistici e gli astrofisici lo hanno chiamato “energia di fondo” o “vuoto quantico”, espressione inadeguata in quanto dice il contrario di quello che significa la parola “vuoto”. Il vuoto rappresenta la pienezza di tutte le possibili energie e delle loro eventuali densificazioni negli esseri. Per questo si preferisce oggi l’espressione pregnant void, vuoto pregno, o “fonte originaria di tutto l’essere”.

Non è qualcosa che possa essere rappresentato nelle categorie convenzionali di spazio-tempo, poiché è qualcosa di anteriore a tutto ciò che esiste, anteriore allo spazio-tempo e alle quattro energie fondamentali, la gravitazionale, l’elettromagnetica, la nucleare forte e la nucleare debole.

Gli astrofisici lo immaginano come una specie di vasto oceano, senza margini, illimitato, ineffabile, indescrivibile e misterioso, in cui, come in un utero infinito, sono ospitate tutte le possibilità e le virtualità dell’essere. Da qui è emerso, senza che si possa sapere perché e come, quel piccolo punto estremamente pregno di energia, inimmaginabilmente caldo, che poi è esploso (big bang) dando origine al nostro universo. Nulla impedisce che da quella energia di fondo siano sorti altri punti, che hanno generato altre singolarità e altri universi paralleli o in un’altra dimensione.

Con la nascita dell’universo, ha fatto simultaneamente irruzione lo spazio-tempo. Il tempo è il movimento della fluttuazione delle energie e dell’espansione della materia. Lo spazio non è il vuoto statico all’interno del quale tutto avviene, ma quel processo continuamente aperto che permette alle reti di energia e agli esseri di manifestarsi. La stabilità della materia presuppone la presenza di una potentissima energia soggiacente che la mantiene in questo stato. In verità, noi percepiamo la materia come qualcosa di solido perché le vibrazioni dell’energia sono talmente rapide che non riusciamo a coglierle con i nostri sensi. Ma in questo ci aiuta la fisica quantistica, esattamente perché si occupa delle particelle e delle reti di energia.

L’energia è e sta in tutto. Senza energia nulla potrebbe esistere. Come esseri coscienti e spirituali, siamo una realizzazione estremamente complessa, sottile e interattiva di energia.

Cos’è questa energia di fondo che si manifesta sotto tante forme? Non c’è nessuna teoria scientifica che la definisca. Sempre di più, abbiamo bisogno dell’energia per definire l’energia. Non è dato sfuggire a questa ridondanza, notata già da Max Planck.

Questa Energia forse costituisce la migliore metafora di quello che significa Dio, i cui nomi variano, ma sempre indicando la stessa Energia soggiacente. Già il Tao Te Ching (il Libro del Tao e della virtù considerato come una delle vette del pensiero cinese, opera di Lao-tse, ndt) diceva la stessa cosa del Tao: “il Tao è un vuoto turbinante, sempre in azione e inesauribile. È un abisso insondabile, origine di tutte le cose, e unifica il mondo”.

La singolarità dell’essere umano è poter entrare in contatto cosciente con questa Energia. Egli può invocarla, accoglierla e percepirla nella forma di vita, di irradiazione e di entusiasmo» (Leonardo Boff, in Adista, 20 novembre, 2011).

Sfasciami il cuore, o Dio

“Cristo, mia dolce rovina
Impossibile amarti
Impunemente”
(Turoldo)

Se si fa esperienza di Cristo, ossia col Dio Amore, se si cade nel suo abbraccio di fuoco, si rimane segnati. Non si può continuare ad essere ciò che s’era un attimo prima. Si viene distrutti, rovinati, e ricostruiti. «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione »  (Lc 2, 34), dice il vecchio Simeone di Gesù.

Sfasciami il cuore, Dio di tre persone,
che finora hai bussato, bisbigliato,
fatto luce e cercato di correggermi:
se vuoi che m’alzi e resti in piedi, abbattimi,
spezzami, bruciami, e rifammi nuovo.
Come città usurpata, a un altro debita,
brigo per farti entrare, inutilmente:
la ragione, che in me è il tuo viceré,
e dovrebbe aiutarmi, è prigioniera,
e si dimostra debole e fallace.
Eppure t’amo, e vorrei esser riamato,
ma son promesso sposo al tuo nemico:
sciogli, separa, e spezza quel legame di nuovo.
Rapiscimi, imprigionami, perché
o mi fai schiavo o non sarò mai libero,
o mi violenti o non sarò mai casto
” (John Donne, Preghiere teologiche)

Chi ha fatto esperienza di Dio, lo sa. Rimane ferito. Giacobbe ha lottato con l’angelo di Dio, ed è rimasto ‘offeso’, all’articolazione del femore. Da quel momento in poi, rimane zoppicante.

L’amore ha sempre un prezzo da pagare: “Cosa vale un amore che non costi niente?” (Turoldo).

Forse per questo che facciamo così fatica ad immischiarci con storie di vero amore, e ci lasciamo naufragare in storie di affetti, o amori falsi, egoistici. Perché vorrebbe dire uscirne segnati per sempre, avere la vita capovolta, stravolta, come l’irruzione di un bimbo nella vita di coppia.

Impossibile amare Dio e non esserne trasformati.

Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry

Pronunciare il nome di Antoine de Saint-Exupéry, significa associarlo immediatamente al suo indiscusso capolavoro ‘Il piccolo principe’ del 1943. Ma è importante sapere che Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry (questo il nome per esteso dello scrittore e aviatore francese), è autore di altre circa venti opere tra cui la corposa raccolta di pensieri ‘Citadelle’ del 1948, edito in Italiano da Borla nel 1978 col nome di Cittadella; ‘Vol de nuit’ del 1931 e ‘Terres des hommes’ del 1939. Da queste opere riporto alcuni passaggi.

«L’uomo è innanzi tutto colui che crea. E sono fratelli solo gli uomini che collaborano. E solo vivono coloro che non hanno trovato la pace nelle provviste fatte» (Cittadella).

«Benché la vita umana non abbia prezzo, noi operiamo sempre come se qualche cosa sorpassasse in valore la vita umana… Ma, che cosa?» (Cittadella).

La risposta è chiara: se la vecchiaia e la morte distruggono l’individuo e il suo piccolo mondo, è doveroso impegnarsi per salvare «qualcos’altro di più durevole» (Volo di notte).

Bisogna cioè adoperarsi per conferire all’uomo una certa eternità e universalità; «diversamente, l’azione per sé non giustificherebbe nulla» (Ivi).

«Legati ai nostri fratelli da un fine comune e situato fuori di noi, solo allora respiriamo, e l’esperienza ci mostra che amare non significa affatto guardarci l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione. Non si è compagni che essendo uniti nella stessa cordata, verso la stessa meta in cui ci si ritrova. (Terra degli uomini).

Se l’uomo è opera d’amore, non importa se debba tradursi in durezza. “Effettuarsi”, infatti, significa “trasformarsi”; e trasformarsi implica sofferenza.

«[…]come avviene per l’albero, non sai nulla dell’uomo se lo estendi nella sua durata e lo scomponi nei suoi diversi elementi. L’albero non è seme, poi stelo, poi tronco flessibile, poi legno secco. Non bisogna scomporlo per conoscerlo. L’albero è quel potere che lentamente sposa il cielo. La stessa cosa avviene in te, mio piccolo uomo. Dio ti fa nascere, ti fa crescere, ti colma successivamente di desideri, di rimpianti, di gioie e di sofferenza, d’ira e di perdono, e poi ti richiama a sé. Tuttavia tu non sei né quello scolaro, né quello sposo, né quel bambino, né quel vecchio. Tu sei colui che si effettua». (Cittadella)

Per far essere l’uomo, è indispensabile una fede preliminare nella sua grandezza, che è reale quanto la sua miseria: bisogna credere che egli si può «trasformare e trasfigurare»; che, donandosi agli altri «diviene eterno»; che è capace di divinità. «Esiste soltanto ciò che offri», se non offri te stesso non sei nulla; donandoti divieni. (Cittadella).

«Ciò che tu dai non ti diminuisce, anzi ti accresce nelle tue ricchezza da distribuire. Allo stesso modo chi ama tutti gli uomini in Dio, ama molto di più ciascun uomo di chi non ne ama che uno solo. […]

Non fare economie quando si tratta di movimenti del cuore. Donare significa gettare un ponte sull’abisso della solitudine» (Cittadella).

«Signore, vengo a te poiché ho arato in tuo nome. A te la semina. 

Io ho costruito questo cero. Tocca a te accenderlo. 

Io ho costruito questo tempio. Tocca a te abitare il suo silenzio» (Cittadella).

“Intingendo il calamaio nel cielo”

«Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera
» 

Alda Merini nacque il 21 marzo del 1931 a Milano, città amatissima. Qui vi morì nel 2009 all’età di 78 anni.

Donna straordinaria e poetessa sublime, segnata dalla malattia psichiatrica trovava i versi ‘intingendo il calamaio nel cielo’. 

Guardandomi attorno, mi pare non le sia dato lo spazio che si merita nel panorama culturale italiano odierno. Forse perché folle? O forse perché cristiana… 

Invito a visitare il bellissimo sito a lei dedicato, a cura delle sue quattro figlie, Emanuela, Flavia, Barbara e Simona: www.aldamerini.it, di leggere alcune sue poesie, e di togliersi il cappello dinanzi a quest’alta statura, perché ‘Anche la follia merita i suoi applausi’.

«Mi sento cattolica e profondamente moralista. Non lo so se credo in Dio, credo in qualcosa che… credo in un Dio crudele che ha creato, non è essere cattolici questo? Perché, Dio non è così? Tutti abbiamo un Dio, un idoletto, ma proprio il Dio specifico che ha creato montagne, fiumi e foreste lo si immagina solo… con la barba, vecchio, un po’ cattivo, un Dio crudele ha creato persone deformi, senza fortuna. Credo nella crudeltà di Dio. Non penso siano idee blasfeme, la Chiesa non mi ha mai condannata. […]

Io pregavo da bambina, ero sempre in chiesa, sentivo sette, otto, dieci messe al giorno, mi piaceva, però non ci vado più dai tempi del manicomio. Ho trovato una tale falsità nella Chiesa allora, in manicomio vedevo le ragazze che venivano stuprate, e dicevano di loro che erano matte. Stuprate anche dai preti, allora mi sono incazzata davvero».

Mancanza di amore…

«Il freddo non esiste; le leggi della fisica ci dicono che è solo assenza di calore. Il buio non esiste è solo assenza di luce, infatti la luce si può studiare il buio no. Il male non esiste, non è creato, esso è come il buio e il freddo, è mancanza di bene, è mancanza di amore. E dato che Dio ha creato solo l’amore, anzi l’uomo capace di amore, se l’uomo non ha Dio in sé sarà capace solo di male» (Anonimo)