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Sfasciami il cuore, o Dio

“Cristo, mia dolce rovina
Impossibile amarti
Impunemente”
(Turoldo)

Se si fa esperienza di Cristo, ossia col Dio Amore, se si cade nel suo abbraccio di fuoco, si rimane segnati. Non si può continuare ad essere ciò che s’era un attimo prima. Si viene distrutti, rovinati, e ricostruiti. «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione »  (Lc 2, 34), dice il vecchio Simeone di Gesù.

Sfasciami il cuore, Dio di tre persone,
che finora hai bussato, bisbigliato,
fatto luce e cercato di correggermi:
se vuoi che m’alzi e resti in piedi, abbattimi,
spezzami, bruciami, e rifammi nuovo.
Come città usurpata, a un altro debita,
brigo per farti entrare, inutilmente:
la ragione, che in me è il tuo viceré,
e dovrebbe aiutarmi, è prigioniera,
e si dimostra debole e fallace.
Eppure t’amo, e vorrei esser riamato,
ma son promesso sposo al tuo nemico:
sciogli, separa, e spezza quel legame di nuovo.
Rapiscimi, imprigionami, perché
o mi fai schiavo o non sarò mai libero,
o mi violenti o non sarò mai casto
” (John Donne, Preghiere teologiche)

Chi ha fatto esperienza di Dio, lo sa. Rimane ferito. Giacobbe ha lottato con l’angelo di Dio, ed è rimasto ‘offeso’, all’articolazione del femore. Da quel momento in poi, rimane zoppicante.

L’amore ha sempre un prezzo da pagare: “Cosa vale un amore che non costi niente?” (Turoldo).

Forse per questo che facciamo così fatica ad immischiarci con storie di vero amore, e ci lasciamo naufragare in storie di affetti, o amori falsi, egoistici. Perché vorrebbe dire uscirne segnati per sempre, avere la vita capovolta, stravolta, come l’irruzione di un bimbo nella vita di coppia.

Impossibile amare Dio e non esserne trasformati.

Non vi sarà più morte…

Venerdì santo 2008

Venerdì Santo 2008 – Filippo Rossi

Con i versi del poeta inglese John Donne (1572 – 1631), auguri di una santa Pasqua di Resurrezione.

“Morte, non andar fiera se anche t’hanno chiamata
possente e orrenda. Non lo sei.
Coloro che tu pensi rovesciare non muoiono,
povera morte, e non mi puoi uccidere.
Dal riposo e dal sonno, mere immagini
di te, vivo piacere, dunque da te maggiore,
si genera. E più presto se ne vanno con te
i migliori tra noi, pace alle loro ossa,
liberazione dell’anima. Tu, schiava
della sorte, del caso, dei re, dei disperati,
hai casa col veleno, la malattia, la guerra,
e il papavero e il filtro ci fan dormire anch’essi
meglio del tuo fendente. Perché dunque ti gonfi?
Un breve sonno e ci destiamo eterni.
Non vi sarà più morte. E tu, morte, morrai.”