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Il mio nome è Asher Lev di Chaim Potok

Asher Lev


Chaim Potok
“Il mio nome è Asher Lev”, Garzanti

«Il mio nome è Asher Lev. Sono io l’Asher Lev di cui avete lette noi giornali e nelle riviste, di cui tanto parlate durante le vostre cene di lavoro e ai cocktail, il famigerato e leggendario Lev della Crocefissione di Brooklyn. Sono un ebreo osservante. Sì, non c’è dubbio, gli ebrei osservanti non dipingono crocefissioni. Anzi, gli ebrei osservanti non dipingono affatto, perlomeno nel modo in cui dipingo io».

Storia dello sbocciare di un genio; di un bambino che ha l’arte nel sangue e il disegno come movimento naturale della mano. Storia di un dramma, di una cultura ebraica ostile alla rappresentazione figurativa, soprattutto se questa s’invera nella figura più sacra per il cristianesimo e più scandalosa per l’ebraismo: la croce.

Storia del rapporto difficile tra padre e figlio, tematica costante e fondamentale nell’opera del grande romanziere ebreo Chaim Potok.

Da una parte Arieh, il padre di Asher, ebreo osservante e collaboratore indefesso del rebbe della comunità, che non comprende la passione del figlio, non può condividerne la vocazione, accusandolo di perdere tempo per un’attività che definisce addirittura proveniente “dall’altra parte”, ossia dal demonio. Dall’altra, il crescere del piccolo Asher, l’esplosione del genio che non può essere contenuto, addomesticato.

Un romanzo drammatico, ma di altissima poesia.

Un romanzo sul difficile rapporto padre-figlio si diceva, ma capace di suscitare profonde domande, del tipo “il compito dell’educazione è evitare le sofferenze e i problemi? La sofferenza nasce da una colpa del genitore o del figlio, o è qualcosa di indipendente e di inevitabile? I genitori si sentono spesso quasi artefici o responsabili della “felicità” o almeno della serenità dei figli e quando sorgono dei problemi sono subito pronti a sentirsi in colpa, a chiedersi: dove ho sbagliato?” (Acerbi-Clemi).

Un romanzo, come d’altra parte tutti i romanzi di Potok, in grado di suggerire sottovoce che ciò che conta in fondo, è vivere pienamente la propria vita, portandola in questo modo a sbocciare, nella speranza che la bellezza di questo fiore possa affascinare chi sta intorno. Detto in altri termini, tentativo del mondo degli adulti di riuscire a muovere le nuove generazioni con la forza deflagrante della testimonianza.

Tre sono le cose che vorrei evidenziare…

«Per quanto concerne l’infinito, o il trascendente, tre sono le cose che vorrei evidenziare: innanzitutto che non posso parlarne, sono pochissime le persone che sono state in grado di parlarne con credibilità, che sono state in grado di descrivere esperienze con Dio, che descrivono Dio, l’infinito o il trascendente. Ciò di cui possiamo parlare è il rapporto fra Dio e l’essere umano, è questo l’aspetto di cui possiamo parlare, questo rapporto è un dato di fatto. Se potessi parlare di Dio, significherebbe che io sono Dio, mentre non lo sono: sono un essere umano.

In secondo luogo devo dire che nessuno, assolutamente nessuno, ha il monopolio dell’esperienza con Dio.

Infine – ed è la terza cosa – negare la possibilità di quest’esperienza di Dio, equivale a negare uno degli elementi fondamentali della nostra natura umana. Sono uno scrittore, uno scrittore di storie, e come scrittore vorrei raccontare alcune esperienze: i miei incontri con ciò che noi chiamiamo l’infinito o il trascendente…».

(Chaim Potok)