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Avvelenatori di silenzio

«E poi c’è il silenzio colpevole. Sono i piccoli silenzi vigliacchi che avvelenano il corpo sociale: la viltà davanti alla sofferenza del lutto collettivo, gli occhi chiusi dinanzi alle mille piccole infamie che si verificano intorno a noi, la vigilanza fiacca, la mano che non ho teso al momento opportuno, la scenetta anodina di razzismo o di non rispetto o di brutalità, di cui sono testimone e davanti alla quale giro gli occhi, il lento insediamento d’un cancro di indifferenza, che ci ha descritto Hanna Arendt analizzando l’ascesa del fascismo e mostrandoci che il corpo vivo del fascismo non è costituito da azioni brutali, enormi, visibili, ma al contrario dalle mille negligenze, da mille accettazioni, da mille indifferenze, da mille alzate di spalle, ignavie, compromessi che degradano una società e la fanno imputridire.
E così esistono avvelenatori di silenzio, come esistono inquinatori di sorgenti» (Christiane Singer)

Il figlio del fallimento

«Nella vita ho raggiunto la certezza che le catastrofi servono a evitarci il peggio. E il peggio è proprio aver trascorso la vita senza naufragi, è essere sempre rimasti alla superficie delle cose… Non essere mai stato scaraventato in un’altra dimensione. L’autunno, spogliando i rami, lascia vedere il cielo» (Christiane Singer).

Rischiamo di vivere una grande illusione nella nostra vita, pensare cioè che sia auspicabile e possibile attraversare la propria avventura umana senza conoscere l’ombra, la caduta, il fallimento. Questa illusione colpisce anche il cristiano, confondendo magari santità con purezza e vita virtuosa.

Questa illusione della perfezione morale, non contempla la possibilità del fallimento, dello sbaglio, di potersi infangare ed esperire il dramma di aver toccato il fondo. La vita deve procedere per successi, riconoscimenti e una continua ascesa. Ogni eventuale caduta è vista come infrazione del proprio sogno di conquista d’altezze vertiginose, con l’insorgere di devastanti sensi di colpa.

Eppure il Vangelo pare andare in tutt’altra direzione. Nessuna traccia di migliorismo nell’insegnamento di Gesù. Nessuna scalata al cielo, o conquista morale, ma semplicemente un diventare sempre più umani, per via di umanità nella modalità dell’amore. Proprio come quella intrapresa da Gesù di Nazareth che nel lento percorso di compimento di sé attraverso l’amore, arriverà a conoscere il fallimento più grande, la croce. Ma proprio in questo suo totale fallimento, inchiodato all’albero ormai privo di rami, ha potuto finalmente intravedere il cielo di Dio, «la forza di Dio trova la sua misura nella misura della nostra debolezza» (E. Bianchi).

Come il salpare significa mettere in conto di poter naufragare, così decidersi di giocarsi la vita nella via dell’amore significa considerare anche la possibilità del fallimento, che non sarà mai comunque il porto d’arrivo del proprio viaggio umano, ma piuttosto tappa fondamentale perché questo si possa compiere in pienezza.

Un padre aveva due figli (cfr. Lc 15, 11). Uno è rimasto tutta la vita in casa, dentro il sicuro porto paterno, obbediente come un servo, e con addosso un immacolato abito fatto di tristezza. L’altro ha conosciuto l’esodo, ha avuto il coraggio di salpare gustando la vita nella sua bellezza e sorbendo il male fino ad inebriarsi. Ma alla fine l’abbraccio del padre e quel perdono che sa di misericordia l’ha conosciuto solo il secondo, il figlio del fallimento, esperienza che non potrà mai più dimenticare, neanche dopo la morte.

«Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12, 9s.).