Gv 9, 1-41
C’è un uomo ferito dal male, cieco fin dalla nascita. I discepoli, come spesso accade agli esseri umani davanti alla sofferenza, cercano un colpevole: è sua la responsabilità, oppure dei suoi genitori? La domanda nasce da una logica antica, quasi istintiva: il male deve pur avere qualcuno su cui ricadere. Ma Gesù interrompe questa caccia sterile al colpevole. La sua risposta disarma ogni schema: nessuno è responsabile. E aggiunge parole sorprendenti: «È così perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9,3).
In altre parole: smetti di cercare colpevoli. Comincia piuttosto a cercare il bene che può nascere anche da questa ferita.
La ricerca di un capro espiatorio è sempre sterile. Non guarisce il male del mondo. Ciò che trasforma il male è un gesto diverso: mettersi all’opera per alleviarlo.
Davanti al male non domandarti di chi sia la colpa: domandati quale bene puoi iniziare a fare.
A questo punto Gesù compie un gesto enigmatico e profondamente simbolico. Prende della terra, la mescola con la saliva e fa del fango. Nell’antichità si pensava che la saliva fosse una forma di spirito condensato, quasi un soffio reso materia. Il gesto richiama chiaramente il racconto originario della creazione: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita» (Gn 2,7).
Fango e soffio. Terra e spirito. È l’immagine dell’uomo.
Gesù, come il Dio della Genesi, sembra compiere una nuova creazione. Ma questa volta non crea l’uomo: gli ricorda semplicemente chi è.
Fuori di metafora, quest’uomo cieco rappresenta ogni essere umano quando vive senza conoscersi davvero. Quando ignora la propria verità più profonda, la propria origine, la propria altezza. Gesù allora gli pone davanti agli occhi l’uomo primigenio, l’uomo autentico, l’uomo compiuto. Come a dirgli: Guarda ciò che sei chiamato ad essere. Sì, Gesù rivela l’uomo all’uomo.
Dopo il gesto, Gesù si ferma. Non completa lui il miracolo. È questo il momento in cui si apre lo spazio della libertà umana. Dice al cieco di andare a lavarsi alla piscina di Siloe.
È l’uomo che deve muoversi; è l’uomo che deve compiere il passo. La maturità umana non può essere delegata. Non c’è Dio che tenga: nessuno può diventare se stesso al posto nostro.
Il vangelo lo racconta con una semplicità disarmante: «Andò, si lavò e tornò che ci vedeva» (Gv 9,7). Tre verbi, un cammino.
Quest’uomo si è fidato. Ha preso sul serio la parola di Gesù. Si è immerso nella sua visione dell’esistenza: la giustizia, la bontà, la compassione, la scelta del bene.
Ha fatto sua la postura esistenziale del Nazareno. Ed è allora che gli occhi si sono aperti davvero. Perché la vera cecità non è negli occhi, ma nello sguardo ripiegato sul proprio piccolo io. Quando l’uomo esce dal cerchio del proprio ego, il mondo ricomincia a essere visibile. Di fronte allo stupore e allo scetticismo della gente, quando gli chiedono chi sia, egli risponde con parole sorprendenti: «Sono io» — ἐγώ εἰμι.
È la formula con cui Dio si rivela nell’Antico Testamento e con cui Gesù si presenta nel vangelo di Giovanni. L’uomo guarito pronuncia le stesse parole. Come se dicesse: ora so chi sono!
Si è lavato di Cristo ed è diventato cristico. Perché l’amore ha questa forza segreta:
trasforma chi ama nell’Amato.
Ungendo con il fango gli occhi del cieco nato, Gesù non ha soltanto restituito la vista a un uomo. Ha ricordato a lui — e a ogni essere umano — la vertiginosa altezza a cui siamo chiamati. Un’umanità così vasta, così luminosa, così dignitosa da sfiorare il divino.
