La Chiesa che sogno

Ortensie da Spinetoli

Ortensio da Spinetoli

Ortensio da Spinetoli, è un frate francescano, classe 1925, uno dei “grandi vecchi” della teologia conciliare e progressista. Esperto del Nuovo e Vecchio Testamento, ha dedicato gran parte della sua vita allo studio della Parola di Dio attraverso la mediazione della parola umana e all’approfondimento del Gesù storico.

Poco dopo la salita al soglio pontificio di Papa Francesco, il vecchio frate, intuendo il soffiare d’un‘vento di novità’ nella Chiesa, invia una missiva al nuovo pontefice, chiedendogli un raduno, o comunque un chiaro atto di riconciliazione o una richiesta di perdono nei confronti di tutti quei preti, teologi, religiosi, laici, donne e uomini di fede che hanno a tutti i livelli subìto il clima autoritario e repressivo seguito agli anni del fermento post conciliare, specie sotto i pontificati di Wojtyla e Ratzinger.

Riporto qui il passaggio della lettera, laddove il biblista parla della Chiesa, perché lo trovo illuminante, profetico e profondamente evangelico. E’ ciò che va maturando in me da un po’ di tempo a questa parte, ma che non riuscirei a esprimere in modo così esaustivo e lucido  e completo, per questo faccio mie le parole di questo scritto.

«La Chiesa è la patria di tutti, anche dei diversamente pensanti e perfino dei dissenzienti come avviene in qualsiasi società civile dove coesistono orientamenti contrapposti, persino ostili tra di loro senza che per questo vada a catafascio. La fede, che è comunione con Dio, è la stessa in tutti i credenti, mentre il modo di intenderla, che è teologia, non può essere che molteplice, a seconda dei luoghi, dei tempi, delle culture di coloro che l’accolgono; ancora più diversificati sono i modi di esternarla ossia di celebrarla (religione). Forse non si sa con certezza quello che Gesù “ha fatto e detto” (At 1,1) ma, vista la sua indole “mite ed umile” (Mt 11,29), la sua predicazione propositiva e non impositiva, il suo stile parenetico e non dommatico, i suoi temi preferiti quali l’accoglienza, la carità, l’amore, il perdono, nessuno può mai pensare che possa aver negato il suo riferimento, peggio abbia messo al bando chicchessia o abbia suggerito ai suoi di fare altrettanto con chi non era d’accordo con il suo e il loro insegnamento. Anzi, sembra che abbia fatto il contrario. “Lasciatelo stare” aveva risposto a chi gli aveva riferito di aver messo a tacere uno che si avvaleva del suo nome senza essere del suo gruppo (cfr. Lc 9,50).

L’esclusivismo ha preso avvio con protagonisti della Chiesa nascente, a cominciare da Paolo che da buon giudeo imprigiona i discepoli di Gesù Nazareno (At 8,3) e da convertito fa espellere dalla comunità di Corinto un povero peccatore (1Cor 5,3). È lo stesso atteggiamento che si ritrova nella comunità di Matteo, in cui la presenza degli erranti per un certo tempo è tollerata ma poi segue l’espulsione (18,17). Ormai nell’unica Chiesa di Cristo si è instaurato un regime di preclusioni ed esclusioni che coinvolge presbiteri (Giovanni, Gaio, Demetrio) e pastori (Diotrefe, Timoteo, Tito e gli anonimi di Ap 2-3) (cfr. Lettere pastorali e cattoliche) e si allargherà irrigidendosi sempre più nel tempo fino ai nostri giorni».

«Il pluralismo di qualsiasi forma non è una iattura bensì una ricchezza perché fa ridondare su tutti i carismi, le donazioni accordate a ciascuno. Quante energie sono andate perdute perché i supermen di turno hanno impedito ad altri di esprimersi.

Papa Giovanni, veramente saggio oltre che santo, ripeteva che la Chiesa è un giardino tanto più bello quanto più ricco di molteplicità e varietà di fiori. È un campo in cui si ritrova ogni genere di piante, persino quelle che i profani dicono tossiche perché non ne conoscono le proprietà. Persino “i triboli e le spine” che stanno a ingombrare il terreno hanno la loro funzione che è quella di tenere sveglie le menti delle creature intelligenti. L’accettazione del pluralismo non significa che tutte le teorie o dottrine siano uguali o, peggio, tutte giuste e vere, ma che tutte hanno eguale diritto di libera circolazione nell’alveo comunitario, proprio secondo i dettami del Vaticano II che ha riconosciuto per la prima volta anche al cristiano “la libertà di coscienza”, cioè la facoltà di parlare del proprio credo secondo le sue conoscenze e competenze. Non si tratta di avallare un sincretismo religioso ma di rispettare le donazioni che ognuno ha ricevuto da Dio».

«[Se il raduno si verificasse] sarebbe un evento inatteso ma veramente profetico, sarebbe la sconfessione di un passato infelice, antievangelico, dittatoriale. Sarebbe straordinario se l’auspicato “raduno” potesse coincidere con la chiusura definitiva del supremo tribunale o ex Sant’uffizio, perché troppo in contrasto con il messaggio centrale del Vangelo, imperniato sulla carità e sul perdono prima che sulla giustizia, tanto meno quella punitiva che è propria dei regimi totalitari. Il Concilio l’aveva pensato e proposto, ma ciò nonostante è rimasto con tutto il suo rigore».

One thought on “La Chiesa che sogno

  1. Ero molto amico di p. Ortensio e gestisco un po’ la pagina degli amici di Ortensio. Grazie per quanto hai scritto. Un abbraccio
    Guglielmo

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