Francesco e noi

Un mio caro amico – Francesco Antonioli, giornalista de Il Sole 24 ore –  ha pubblicato circa un mese fa, un libro per Piemme, dal titolo Francesco e noi.

È stato chiesto a cinquanta protagonisti del nostro tempo, di esprimere una riflessione su papa Francesco. In poco più di trecento pagine, personaggi come Bauman, McCurry, Özpetek, Quirico, Piqué, De Kerckhove, hanno tracciato ritratti indelebili, attingendo alle corde più profonde dell’animo, senza per questo cadere nell’apologetica o nella retorica.

Molti interventi, riconoscono in quest’uomo eccezionale, uno strenue difensore dei diritti inalienabili degli ultimi, capace di dare voce ai senza voce, donando di fatto ai poveri e agli ultimi la possibilità di uscire fuori dall’anonimato e dai nascondigli esistenziali in cui  indifferenza e interessi globali li hanno cacciati.

Cadute le grandi ideologie planetarie, rimane un papa ‘venuto dalla fine del mondo’ a parlare di dignità e di diritti inalienabili dell’essere umano. Numerosi contributi ricordano il primo viaggio apostolico compiuto a Lampedusa e Linosa l’8 luglio del 2013, che in quanto primo in ordine di tempo, è da leggersi come chiave interpretativa per tutti i successivi.

Ivo Komsic, sindaco di Sarajevo scrive: «Si è impegnato per fare della vita e della dignità della gente di buona volontà, senza distinzione di religione e razza, il valore più importante e il principio guida di ogni azione»

Alcuni interventi ricordano, come episodio insieme straordinario e curioso, ciò che successe la sera stessa dell’elezione, quando alle 20.10 del 13 marzo 2013, affacciandosi dalla Loggia delle Benedizioni della basilica di san Pietro, con un sorriso disarmante e un fare impacciato, si presenta al mondo con un semplice ‘buona sera’!

Colpisce ancora, leggendo il libro, come molti si siano stupiti del suo vivere in pochi metri quadrati nella foresteria di santa Marta, preferendola al sontuoso appartamento del Palazzo Apostolico; e poi le telefonate prive di filtri – fatto senza precedenti – effettuate per raggiungere non capi di stato sparsi per il mondo, ma semplici e sconosciuti cittadini; le scarpe grezze e fin troppo larghe, per quanto ortopediche.

E poi c’è chi scrive, ancora una volta stupito, che pur essendo un uomo di grande potere – è uno dei pochi monarchi assoluti rimasti al mondo -, usa questo potere come un servizio per il bene di tutti: «Pur parlando di una posizione di assoluta autorità, si comporti come fosse servo di tutti. […] Comanda mettendosi in una condizione da pari a pari e si basa più sull’empatia e sull’umiltà che sulla forza o sul suo status (Thomas Daschle). Appare come un papa democratico, in quanto capace di porsi in ascolto di tutti, soprattutto della base, dei ‘semplici’ fedeli.

A molti è rimasta impressa la frase usata in riferimento alle persone omosessuali, ‘Chi sono io per giudicare?, come il suo desiderio di ‘volere una Chiesa povera per i poveri’, inclusiva, attenta  ai single e alle coppie non sposate.

Al termine della lettura di questo libro, mi sono posto una domanda: perché stupirsi nel ritenere straordinario un pontefice che parla, agisce, sceglie, si muove, pensa in un modo che dovrebbe essere, per sua natura, il più ‘normale’ perché semplicemente evangelico?

Personalmente credo che in una società –civile o religiosa che sia– quando si comincia a considerare eccezionale un comportamento, un evento, una modalità per sua essenza normale, allora ci si deve preoccupare seriamente.

La domanda cui meriterebbe rispondere è: ma perché non è sempre stato cosi? Cosa è successo a questa Chiesa per cui ora l’agire evangelico di un papa stupisce così tanto come fosse un qualcosa di venuto, giustappunto, dalla fine del mondo? 

Il Papa dovrebbe semplicemente rappresentare al vivo, qui su questa nostra terra, Gesù di Nazareth. Dare carne, spirito e cuore a un uomo che ha percorso duemila anni fa le polverose strade della Palestina, rimettendo in moto la vita di tutti coloro che invece la storia e i limiti personali hanno sempre impedito di spiccare il volo verso la felicità.

Per questo semplice motivo, nessun papa avrebbe mai dovuto risiedere in un sontuoso appartamento in nessun Palazzo Apostolico, in quanto Gesù in un palazzo vi è entrato solo da condannato e con le mani legate.

Per questo non dovrebbe stupire sentire un papa ad affermare ‘chi sono io per giudicare’ quando Gesù non ha fatto altro che ripetere di non giudicate per non essere giudicati, o il desiderare una Chiesa povera quando il Maestro invia i suoi dicendo loro di non portare con sé nulla se non l’essenziale.

Gesù ha solo riabilitato la dignità calpestata dei poveri, ha rialzati i feriti da una religiosità ottusa e ipocrita, e ora ci stupiamo perché un Papa si mostra come strenue difensore dei disperati?

A ben vedere, non è straordinario questo papa – in quanto incarnazione semplice e lineare di un vangelo che è lo stesso da duemila anni –; è sconvolgente piuttosto il fatto che non lo siano stati molti, e forse troppi, papi precedenti.

«E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica» (Friedrich Nietzsche).

Ebbene, papa Bergoglio ha sentito nuovamente la musica del Vangelo e ha cominciato a danzare. Ora c’è da auspicarsi che la Chiesa tutta si alzi in piedi e  cominci a danzare con lui.

4 thoughts on “Francesco e noi

  1. Sì danziamo con lui nel nome del nostro Signore Gesù venuto per amarci e per insegnarci ad amare unica strada per la felicità eterna

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